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Sex offender che hanno scontato la pena nei gruppi di aiuto per i detenuti

25 maggio 2012

MILANO - I circoli di sostegno per sex offender di Milano sono formati da tre volontari e dalla persona appena uscita dal carcere, dopo aver scontato una pena per violenza sessuale. Si ritrovano una volta alla settimana, in un locale pubblico, per parlare di se stessi, dei loro problemi, ma anche di sogni, speranze e, perché no, di sport, divertimenti, cinema o qualsiasi altro argomento. Magari non diventeranno mai amici, "ma in questo modo si creano delle relazioni che permettono un controllo benevolo su ex detenuti che sono a rischio di recidiva", spiega Paolo Giulini, presidente del Centro italiano per la promozione della mediazione (Cipm) di Milano.
 
Dal 2005 il Centro ha avviato nel carcere di Bollate, in collaborazione con il Comune di Milano, un progetto per l'assistenza dei "sex offender", uomini che hanno commesso reati a sfondo sessuale su donne e minori. Un'equipe di criminologi, psicologi, educatori, psicodiagnosti e arteterapeuti ha seguito finora dentro e fuori dal carcere 230 persone. Da poco più di un anno il Cipm ha creato i circoli di sostegno per i casi "più gravi", l'ultima novità per cercare di curare chi è considerato un "infame" anche dagli altri detenuti. I volontari sono giovani psicologi tirocinanti ma anche ex reclusi per reati sessuali: per ora i circoli sono tre e altri quattro sono in via di formazione. "I soggetti più pericolosi che stanno per finire la pena stipulano un contratto con il Cipm - spiega Paolo Giulini -. Oltre agli incontri con i volontari, si impegnano a venire settimanalmente al nostro Centro per i gruppi di terapia. Finora nessuno ha violato il patto".
 
Per gli altri sex offender, con un rischio di recidiva basso, il Centro offre un percorso terapeutico sia in carcere sia fuori. "Si punta innanzitutto alla rielaborazione di quanto hanno vissuto e all'assunzione di responsabilità verso il reato che hanno commesso - spiega Paolo Giulini -. Inoltre lavoriamo molto sulla vulnerabilità di queste persone, in modo che diventino consapevoli che le loro debolezze possano sfociare in una grave violazione dei diritti degli altri. Per questo devono imparare a chiedere aiuto, a non isolarsi". Attualmente sono 60 le persone che partecipano ai gruppi terapeutici esterni al carcere. "Il 25% lo fa volontariamente, visto che non ha più alcun obbligo di venire - sottolinea Paolo Giulini -. Alcuni hanno finito di scontare la pena da più di cinque anni, ma hanno capito di avere bisogno di aiuto". (dp)