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Lavori pubblica utilità: a Roma solo 45 persone coinvolte in un anno

08 giugno 2012

ROMA – Dalla tutela dell’ambiente al servizio giardini, passando per l’arte-terapia. A Roma sono tanti gli ambiti in cui è possibile svolgere lavori di pubblica utilità, le attività non retribuite a favore della collettività, che sostituiscono alcune pene detentive (vedi scheda pubblicata). Nonostante siano misure vantaggiose per il condannato (perché permettono di non dover scontare la pena in carcere, pagare un’ammenda, e lasciano la fedina penale pulita) i lavori di pubblica utilità stentano, però, a diventare una prassi diffusa. Colpa delle lungaggini burocratiche ma anche di una cattiva informazione.

Nella capitale a svolgere un ruolo di mediazione tra il Tribunale di Roma e gli enti è principalmente il Comune che si avvale per questo tipo di attività della cooperativa Pid (Pronto intervento disagio). Negli ultimi cinque anni (dal 21 maggio 2007 al 20 maggio 2012) il Campidoglio ha stipulato una convenzione per 450 persone. In realtà, spiega Silvia Giacobini, responsabile del progetto Lpu per la cooperativa Pid, i numeri di chi realmente ha usufruito del servizio sono molto più ridotti. “Nei primi anni erano due o tre le persone l’anno che svolgevano questa attività – afferma Giacobini –
Fino al 2010 il servizio non si è mai concretizzato in maniera massiccia. Poi nell’agosto 2010, con l’entrata in vigore delle nuove norme del codice della strada, in particolare per quanto riguarda gli articoli 186 e 187, le richieste sono aumentate. Abbiamo pensato quindi a un progetto ad hoc che è partito da gennaio 2011”. In tutto da gennaio 2011 al 30 aprile 2012 sono state avviate ai lavori di pubblica utilità attraverso la mediazione del Comune, 45 persone di cui 12 hanno già terminato il percorso, mentre 33 continuano a prestare attività non retribuita. Tre gli ambiti di impiego: la tutela ambientale e il servizio giardini; il Bioparco; le biblioteche e le attività connesse al dipartimento, soprattutto collegate alla rete della solidarietà (l’agenzia per le tossicodipendenze, i senza dimora, le case di accoglienza e i minori non accompagnati).

Ma queste attività hanno un reale valore educativo? “Molto è delegato alla persona – continua Giacobini - se pensa che si tratti di un percorso da cui poter imparare qualcosa, o se per lui è solo un’attività che ha l’obbligo di dover fare. In generale l’approccio è positivo rispetto alla sola repressione e soprattutto permette di avvicinare le persone a settori che prima non erano conosciuti, soprattutto in ambito sociale.”
“In ogni caso si tratta un’esperienza forte – aggiunge -. Nel reato di guida in stato d’ebbrezza, per esempio, incappano spesso persone che non hanno avuto mai questo genere di problemi. C’è una sproporzione del danno”. Per ora al Comune non ci sono liste d’attesa di persone che vogliono svolgere Lpu. E le criticità maggiori risiedono soprattutto nella difficoltà a individuare un modello organizzativo tra le parti. “La legge presenta ancora alcune lacune – conclude la responsabile del Pid -  non parla di chi dovrebbe fare cosa. E così ogni territorio si organizza a modo suo. L’altro problema riguarda la scarsa informazione.”

Di cattiva informazione, parla anche Alfonso D’Ippolito, di Oikos, una delle tre associazioni oltre al Comune, ad aver stipulato convenzioni con il tribunale di Roma per Lpu. “C’è molta disinformazione in questo settore, anche da parte degli avvocati, che spesso non propongono questo tipo di misure”. In 12 anni, da quando cioè l’associazione ha iniziato a occuparsi dei lavori di pubblica utilità, l’utenza è molto cambiata. “Ci sono persone di estrazione sociale e cultura molto diverse – continua D’Ippolito - Per noi fare questo tipo di attività significa rispondere a un impegno sociale, fatto per aderire al principio di garantire una reale alternativa. Ma non è facile stare dietro a un’utenza così diversificata”. Di Art therapy si occupa, invece, Aletes l’associazione creata da Mario Salvo. “Lavoriamo nelle scuole con i ragazzi disabili, che cerchiamo di far partecipare ai nostri corsi di arte a seconda delle loro capacità – spiega Salvo - . Il mio motto è restituire i colori a chi li ha persi. E penso che l’arte sia un potente mezzo di comunicazione, integrazione e autostima”. L’associazione ha stipulato col Tribunale una convenzione nel 2011 per due anni, e attualmente ha avviato al lavoro di pubblica utilità due persone. (ec)