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Lpu, al Centro Padre nostro 100 persone in 16 anni: mai una recidiva

08 giugno 2012

PALERMO – In 16 anni nel centro Padre Nostro di Palermo si sono impegnate nei lavori di pubblica utilità più di cento persone che avevano compiuto reati di vario tipo. Per tutti il bilancio è stato positivo e non si sono verificati casi di recidiva. I lavori di pubblica utilità riguardano persone che, condannate con pena detentiva e pecuniaria per piccoli reati, possono in alternativa svolgere attività non remunerata presso lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni, o presso enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato. L’attività viene svolta sotto il controllo dell’Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe).

“L’ampia zona periferica di Brancaccio è un territorio in cui c’è una notevole presenza di persone che hanno problemi con la giustizia. In questo momento abbiamo 15 persone che svolgono varie attività di pubblica utilità – dice Maurizio Artale, presidente del Centro di Accoglienza Padre Nostro e della Conferenza regionale volontariato e giustizia -. Dal ‘96 ad oggi l’esperienza per tutte le cento persone impegnate da noi è stata positiva; solo in due casi non è andata bene perché le persone coinvolte non adempivano alle mansioni a cui le avevano destinate”.
La richiesta di potere accogliere persone che hanno compiuto piccoli reati è continua. “Abbiamo tre o quattro richieste al giorno di avvocati che ci chiedono degli inserimenti di persone che devono scontare piccole pene – continua Artale -. Purtroppo abbiamo un limite numerico da rispettare, non possiamo prenderli tutti perché per ognuno di loro si deve stilare un percorso personalizzato. Tutto questo però ci fa capire l’entità del bisogno e l’importanza della pena alternativa. Il lavoro di pubblica utilità andrebbe valorizzato ed esteso in misura maggiore a tutti gli enti che ne fanno richiesta. I magistrati dovrebbero cercare di favorire il più possibile questa soluzione alternativa alla pena”.
 
Attualmente, in convenzione con l’Uepe, il Centro Padre Nostro, ha nove persone dai 20 ai 60 anni, che svolgono lavori di guardania, pulizia, giardinaggio e manutenzione degli ambienti. A questi si aggiungono sei persone ex Pip (piani di inserimento professionali) che sono detenuti agli arresti domiciliari e ricevono una retribuzione dalla regione. Secondo Maurizio Artale sono ancora pochi gli enti, le associazioni e gli istituti religiosi che lavorano in convenzione con gli organi della giustizia per accogliere le persone nello svolgimento dei lavori di pubblica utilità. “Mi appello anche alla chiesa sull’esempio della grande sensibilità al problema che aveva già padre Pino Puglisi – aggiunge -. Se ogni parrocchia di Palermo desse, per esempio, la sua disponibilità allo Stato, prendendosi cura di almeno due detenuti, credo che il carcere dell’Ucciardone potrebbe chiudere. La stessa cosa vale per gli istituti religiosi. Dico questo perché avverto, a tutti i livelli, ancora una mancanza di cultura dell’accoglienza piena che, oltre ad essere di grande aiuto allo Stato in termini di risparmio, lo sarebbe soprattutto nei confronti di coloro che, pur avendo sbagliato, desiderano dare una svolta decisiva alla propria vita”.

“Da sempre siamo aperti a tutti i casi - sottolinea Artale -, tra le persone accolte abbiamo, anche, un ex tossicodipendente che tre volte alla settimana si reca al Sert e che in molti avevano rifiutato di accogliere. Abbiamo con noi pure una persona che ha scontato già 25 ani di carcere e che per ora si occupa delle manutenzione di alcune strutture. Nel tempo quest’uomo ha acquisito in carcere diverse competenze professionali per noi preziose. Se oggi le aziende avessero la possibilità di avere detenuti pluriformati e specializzati, in collaborazione con lo Stato, credo che non esiterebbero a prenderli”. (set)