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Redattore Sociale

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Indigenti in forte crescita e nessuna risposta strutturale

21 dicembre 2012

ROMA - Il 2012, più dei tre anni precedenti, è stato caratterizzato da numerosi rapporti sulla crisi economica attraversata dagli italiani. L’erosione del risparmio e del potere d’acquisto delle famiglie ne sono stati gli elementi ricorrenti, insieme a un dato allarmante e ormai incontrovertibile: l’impoverimento progressivo del “ceto medio” e l’aggravamento delle povertà estreme. Citiamo in merito tre rapporti. 

Povertà estrema in crescita
Il primo è il tradizionale monitoraggio annuale della Caritas Italiana, che ha rilevato la crescita delle casalinghe (+177 per cento) e dei pensionati (+65,6 per cento) che chiedono aiuto alla sua rete di centinaia di centri d’ascolto. In aumento anche gli italiani, anche se gli stranieri restano prevalenti: insomma, una progressiva “normalizzazione sociale” dell’utenza, che vede tra le sue file anche un numero crescente di coppie con bambini.
Il secondo è il 
rapporto annuale dell’Istat sulla povertà diffuso a luglio. Mentre quella “relativa” è rimasta sostanzialmente stabile nel corso degli anni, poco sopra l’11 per cento delle famiglie, quella assoluta ha registrato una crescita dello 0,6 per cento in quattro anni: dal 4,6 del 2008 al 5,2 del 2011. Si tratta di oltre 3,4 milioni, oltre mezzo milione di persone in più scivolate nella povertà estrema in un quadriennio. Lo stesso Istat ha poi diffuso a fine anno il dato sulle persone “a rischio di povertà ed esclusione sociale”. Si tratta di un calcolo fatto in base a standard europei, e solo da due anni, sulla base di tre indicatori combinati: il reddito, la grave deprivazione materiale e l’intensità occupazionale. Rientrano in questa statistica il 28,4 per cento degli italiani, contro una media europea del 24,6. Ma il dato preoccupante è che in un solo anno la percentuale italiana è cresciuta di ben 3,8 punti. Non solo: è esploso tra gli altri il numero dei soggetti in grave deprivazione superano l’11 per cento. A margine di questa indagine è comparsa una cifra ancora più grave e inedita per l’Italia: l’indice della “povertà persistente”, cioè la quantità di persone che erano povere non solo lo scorso anno, ma anche nei tre anni precedenti. Ebbene, i “poveri senza via d’uscita” sono calcolati in circa 10 milioni, ponendo la penisola al penultimo posto in classifica, prima della Grecia
Nonostante gli allarmi, però, nessuna politica sociale specifica è stata applicata nel corso dell’anno, ad eccezione del proseguimento di alcuni interventi straordinari, ma tutto sommato marginali, per venire incontro alle categorie più svantaggiate o bisognose di un sostegno economico. In particolare si sono potute tirare le somme di tre fondi straordinari attivati negli anni precedenti: il 
Fondo nuovi nati, la Social Card, il Prestito della Speranza.

Il successo del Fondo nuovi nati
Il vero successo tra i tre strumenti lo ha guadagnato sul campo il Fondo nuovi nati istituito dall’allora sottosegretario alle politiche della famiglia Giovanardi. Lo dicono i numeri e la proroga confermata quest’estate che allunga i tempi per richiedere il prestito fino al 2014. Secondo gli ultimi dati forniti dal Dipartimento per le politiche della famiglia, a marzo 2012 sono stati erogati finanziamenti per oltre 132 mila euro pari a 24.121 prestiti. Le richieste hanno superato quota 25 mila e sono state quasi tutte approvate permettendo ai diversi istituti bancari di concedere un prestito di 5 mila euro, da restituire entro 5 anni, ai genitori di bambini nati o adottati negli anni 2009, 2010 e 2011, senza limitazioni di reddito e con un tasso annuo effettivo globale (Taeg) fisso non superiore al 50% del tasso effettivo globale medio (Tegm). Dai dati raccolti dal dipartimento emerge come il prestito sia stato concesso in tutte e 20 le regioni italiane e da ben 135 banche. Il fondo fa da garanzia al prestito nel caso di insolvenza da parte del beneficiario, ma a giudicare dai risultati sono pochissimi quelli che non riescono a restituire la somma concessa dalle banche. Dagli ultimi aggiornamenti del Dipartimento, infatti, sono solo 54 i casi in cui ci sono state difficoltà da parte della famiglia richiedente nel restituire il prestito, causando così l’escussione della garanzia da parte delle banche per un totale di circa 160mila euro. I prestiti, inoltre, hanno riguardato quasi sempre figli naturali, poche le famiglie richiedenti con bambini adottati. 

Il flop del Prestito della speranza
Lo strumento voluto dalla Conferenza episcopale italiana a sostegno delle famiglie in difficoltà colpite dalla crisi è stato un vero flop. Presentato ufficialmente a luglio del 2009, fino al 15 luglio del 2012 ha permesso l’erogazione di soli 1.769 prestiti a fronte di circa 4mila domande presentate, quando ci si aspettava di poter raggiungere circa 30mila famiglie. Impegnati a garanzia circa 8 milioni di euro contro i 30 milioni che i vescovi italiani avevano predisposto. Un fondo che, moltiplicato dagli istituti bancari, doveva permettere di elargire prestiti per 180 milioni per una prima fase e 120 nella seconda. Gli istituti bancari che avevano aderito alla fase iniziale erano ben 144, con una copertura del 70 per cento del territorio nazionale. Una diffusione capillare che però aveva portato soltanto 789 domande e 217 prestiti elargiti per un valore di 1.273.964 euro. La particolarità del prestito è il tasso d'interesse particolarmente vantaggioso, che negli anni ha subito degli aggiornamenti, e la possibilità di restituire il prestito in cinque anni, condizioni economiche del richiedente permettendo. A garantire sul prestito e sulla possibilità di casi di insolvenza, infatti, è il fondo stesso voluto dai vescovi.
A non far decollare il progetto, però, sono intercorsi diversi fattori, come i rigidi criteri di selezione dei beneficiari. Il prestito, infatti, era indirizzato inizialmente a famiglie monoreddito che avessero perso l’unico reddito, con tre figli a carico oppure segnate da situazioni di grave malattia o disabilità. Un imbuto che ha causato un’elargizione di prestiti col contagocce, da cui la decisione di apportare delle modifiche. Con la seconda fase, che inizia dal primo marzo 2011, oltre a nuovi requisiti di accesso, il progetto apre anche alle microimprese o alle cooperative con un prestito fino ad un massimo di 25mila euro. Dai dati aggiornati a luglio 2012, però, nella seconda fase sono giunte 3.563 domande e 1.552 sono i prestiti erogati, con 1.102 domande rifiutate. Cooperative e imprese sono circa l’8% dei beneficiari, anche a causa di un tasso di respingimento più elevato rispetto alle famiglie. La seconda fase del progetto ha riguardato prestiti per un valore di oltre 24 milioni di euro, molto lontano dai 120, ma l’attività di intercettazione e raccolta delle pratiche è passata da tre a dodici al giorno. Le Caritas impegnate, dalla prima alla seconda fase, sono passate da 49 a quasi 150.

Social card vecchia e nuova
I dati diffusi nel 2012 e relativi all’anno precedente parlato di oltre 207,1 milioni di euro distribuiti a 535.412 beneficiari, che hanno ricevuto sulla “carta acquisti” almeno un accredito mensile da 40 euro nell’anno (ultimi dati Inps), mentre sono stati 857 mila i beneficiari totali a partire dal 2008. La maggior parte dei 535 mila del 2011 si trova al Sud e nelle Isole (74 per cento), il 16,3 nel Settentrione e il 12,3 nell’Italia centrale. Campania e Sicilia si aggiudicano primo e secondo posto con poco più di 49 milioni suddivisi in 130 mila beneficiari per la Campania e oltre 126 mila per la Sicilia. Al terzo posto la Puglia, a cui segue la regione Lazio. Al quinto posto la Calabria, al sesto la Lombardia, settimo il Piemonte, e in fondo alla classifica dei primi dieci Sardegna, Veneto e Toscana. 
Ma è tempo di rinnovamento e dopo un anno passato tra annunci e dichiarazioni che la davano per imminente, la 
sperimentazione della nuova Social card – con 50 milioni a disposizione – sembra essere ormai alle porte. Se il decreto andrà in porto senza intoppi, saranno 15 mila le famiglie coinvolte dalla sperimentazione della nuova social card, nei 12 comuni con più di 250 mila abitanti (Milano, Roma, Torino, Firenze, Napoli, Venezia, Verona, Genova, Bologna, Bari, Catania e Palermo). 
La misura si discosta dalla vecchia carta acquisti: in primo luogo non sarà destinata ai singoli individui ma ai nuclei familiari, in particolare le famiglia con minori, con un reddito Isee inferiore ai 3.000 euro. Più ingente sarà il contributo erogato, che da 40 euro mensili passa a 150/200 euro e sarà declinato in base alla numerosità della famiglia. La misura cerca poi di venire incontro a chi ha problemi lavorativi: saranno privilegiate, infatti, le famiglie con adulti che non lavorano, disoccupati o in una condizione di precariato con l’obiettivo di farle uscire dalla condizione di disagio. La misura potrebbe poi estendersi grazie al Piano di azione e coesione nelle quattro regioni della convergenza (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), grazie ad altri fondi provenienti dalla riprogrammazione dei Fondi europei per le regioni del Sud. (ga)