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Dal “Piano nomadi” a quello del governo: la rivoluzione mancata

21 dicembre 2012

ROMA – Il 2012 per rom, sinti e caminanti è stato l’anno della rivoluzione mancata. La Strategia nazionale d’inclusione adottata dal governo Monti e inviata alla Commissione europea a fine febbraio, aveva fatto sperare in una rottura netta col “Piano nomadi” voluto dall’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni, ma l’anno che sta per concludersi non ha ancora visto gli effetti di tale strategia. Al contrario, ha visto nuovi sgomberi, altri campi attrezzati e un governo che da una parte promette un cambio di rotta, dall’altra chiede alla Corte di Cassazione di annullare la sentenza del Consiglio di stato che ha messo fuori gioco lo stato d’emergenza indetto dal governo Berlusconi.

La strategia nazionale d’inclusione di rom, sinti e caminanti
Più che un’idea del governo, è stata una richiesta della Commissione europea.Tuttavia, la proposta italiana inviata a fine febbraio è stata accolta positivamente. Iltesto prevede interventi su istruzione, lavoro, salute e alloggio. Sul primo punto, il piano propone l’aumento delle opportunità educative, favorendo la frequenza, il successo scolastico e la piena istruzione anche attraverso processi di pre-scolarizzazione, l’istruzione universitaria, l’alta formazione e formazione-lavoro anche mediante prestiti d’onore, borse di studio e altre agevolazioni. Formazione professionale su cui punta anche il capitolo dedicato al lavoro, favorendo percorsi di inserimento specifici per donne e under 35 anni. Sul tema salute, l’obiettivo centrale è l’accesso ai servizi sociali e sanitari sul territorio. Mentre per l’alloggio, il testo indica come priorità anche quello di “aumentare l’accesso ad un ampio ventaglio di soluzioni abitative in un’ottica partecipativa di superamento definitivo di logiche emergenziali e di grandi insediamenti monoetnici”. Per quanto riguarda le risorse per la realizzazione del piano, oltre ai fondi non ancora utilizzati dello stato d’emergenza, sono stati recuperati fondi nazionali e comunitari “dell’Obiettivo Convergenza di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia finanziati con il Fondo sociale europeo e il Fondo europeo di sviluppo regionale e i fondi relativi al Programma generale solidarietà e gestione dei flussi migratori”. Tra i fondi già stanziati, 800 mila euro annunciati dall’ex direttore dell’Unar, Massimiliano Monnanni e 10 milioni di euro realizzare strutture alloggiativenelle regioni dell’Obiettivo convergenza. Un piano ambizioso, che oltre ai buoni propositi, ha come punto a favore anche quello di non utilizzare neanche una volta nel testo la parola “nomadi”. 

Un’emergenza senza fine
La storia è lunga e inizia almeno quattro anni fa con un ricorso al Tar del Lazio da parte di due abitanti del Casilino 900, uno dei più grandi campi della capitale, distrutto dalla giunta Alemanno. Il ricorso puntava il dito sullo stato d’emergenza, sul foto segnalamento, sui regolamenti dei campi attrezzati, ma il Tar nel Lazio, con la sentenza del 2009 aveva stabilito che il decreto sull’emergenza nomadi e le successive ordinanze erano necessarie e non sono discriminatorie, mentre chiedeva di annullare la norma sull’identificazione ed il censimento delle persone nei campi attraverso rilievi segnaletici, oltre agli articoli dei regolamenti dei campi considerati lesivi delle libertà personali. Il colpo di scena, però, arriva dopo qualche anno con la sentenza del Consiglio di Stato a cui le parti in causa avevano fatto ricorso. Quella di Palazzo Spada arriva a fine 2011, a metà novembre. La sentenza dichiara illegittimo dello stato di emergenza e annulla le ordinanze di nomina dei commissari straordinari per l'emergenza e di tutti i successivi atti commissariali. Una sentenza storica, che con l’arrivo del ministro per l’Integrazione Andrea Riccardi, sembrava potesse essere l’ultimo atto del “Piano nomadi”, fino a quando non si è scoperto che il 15 febbraio 2012, il governo si è appellato alla Corte suprema di Cassazione perché secondo Palazzo Chigi ci sarebbe stato un “eccesso di potere giurisdizionale” del Consiglio di Stato. Secondo i ricorrenti, infatti, “la dichiarazione di emergenza è un atto di alta amministrazione”. In attesa della sentenza, il Consiglio di Stato ha autosospeso la sentenza, e a fine 2012 non c’è ancora una decisione definitiva sullo stato d’emergenza.

Le bacchettate di Ue e Onu
Nonostante la buona volontà del ministro per la Cooperazione internazionale e per l’Integrazione, Andrea Riccardi, che ha fatto sì che l’Italia avesse una strategia per l’integrazione di rom, sinti e caminanti, non sono mancati i malumori in Europa e alle Nazioni unite. Il primo richiamo al governo italiano arriva nel mese di luglio dal Consiglio d’Europa per voce di Nils Muižnieks, Commissario per i diritti umani. Muižnieks ha espresso le sue preoccupazioni in merito ai maxicampi. “Non è questa la soluzione per l’integrazione dei rom”, ha detto il commissario dopo aver visitato il campo di Salone, a Roma, condannando le condizioni di vita nel campo e la lontananza dai mezzi di trasporto pubblico, dalle scuole e dai luoghi di lavoro.Bacchettata che torna a farsi sentire a inizio settembre, sempre per voce dello stesso Muižnieks. “La lentezza dei processi e il trattamento di rom e migranti – ha affermato - sono fonte di gravi preoccupazioni in materia di diritti umani in Italia”. Pur riconoscendo con favore la strategia nazionale, il commissario ha espresso le sue preoccupazioni riguardo il ricorso presentato dalla Presidenza del consiglio dei ministri contro la sentenza del Consiglio di Stato. “Il ricorso avverso la sentenza del Consiglio di Stato può trasmettere messaggi contrastanti e dare l’impressione di voler sancire l’approccio adottato in precedenza”. Nel mese di marzo, invece, è Comitato per l'eliminazione della discriminazione razziale delle Nazioni unite (Cerd) a richiamare il governo italiano sugli sgomberi. Il Cerd deplora gli sgomberi mirati delle comunità rom e sinte che hanno avuto luogo dal 2008 e rileva con preoccupazione la mancanza di adozione di misure correttive.(ga)