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Carcere, "Bambini senza sbarre" e quel filo sottile tra genitori e figli

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Durata: 4' 08''

Il caso del figlio di Martina Levato, la donna detenuta a San Vittore e condannata in primo grado per aver aggredito con l’acido un ex fidanzato, ha riaperto il dibattito sui bambini in carcere. Sono circa 30 i piccoli che vivono nei reparti detentivi degli istituti o nei due Icam, gli Istituti a custodia attenuata di Milano e Venezia. Ci sono poi i bambini che non vivono in cella ma entrano in carcere per visitare un genitore detenuto. “Sono centomila, secondo i dati raccolti da una ricerca europea, – spiega al nostro microfono Lia Sacerdote, presidente dell’associazione Bambini senza Sbarre. - Per i bambini è l’unico modo di mantenere i rapporti con i genitori”. Abbiamo incontrato Sacerdote all’esterno del carcere di Bollate, dove è aperto uno dei tre “spazi gialli” di accoglienza gestiti dell’associazione (insieme a quelli di San Vittore e Opera). Il tema della genitorialità delle persone detenute è al centro di uno dei tavoli degli Stati generali dell’Esecuzione penale, voluti dal ministro Orlando per delineare un nuovo modello di carcere. “Importante la possibilità di incidere sulle norme”, racconta Sacerdote, che partecipa al tavolo sull’affettività. E conclude: “Noi cerchiamo di tenere concentrato lo sguardo sulle necessità dei bambini, che spesso non coincidono con i desideri dei genitori”.
Intervista a cura di Avs AudioVideoSociale.

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