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Ponte Galeria, nella "grande gabbia" del Cie

Come "animali in gabbia". 140 uomini e 90 donne sono rinchiusi nel Centro di identificazione e di espulsione (Cie) di Ponte Galeria, vicino alla Fiera di Roma. Si tratta della più grande struttura di detenzione presente in Italia per immigrati che non sono in regola con il permesso di soggiorno. Tecnicamente non è un carcere e la detenzione è solo amministrativa. Inferriate, lucchetti e sbarre molto alte danno al luogo un aspetto claustrofobico. Nella zona maschile le sbarre culminano in pannelli di plexiglas per evitare che i reclusi si arrampichino e tentino la fuga. Il centro è gestito dalla cooperativa Auxilium dal 2010. Buona parte dei reclusi arriva dal carcere e sconta un supplemento di pena a causa dell’identificazione. Tra le donne detenute nel Cie ci sono stati molti casi giuridici controversi: ragazze nate in Italia che non si erano regolarizzate con la cittadinanza, richiedenti asilo che sostengono di avere subito violenza dai mariti e vittime di tratta. Nella sezione femminile sono rinchiuse anche molte ragazze cinesi che con le lenzuola monouso hanno realizzato delle borsette di vari modelli portate ormai da quasi tutte le detenute. Nel 2009, quando il Cie era ancora gestito dalla Croce Rossa, ci sono stati tre decessi fra cui un suicidio: quello di Nabruka Mimuni che si impiccò in bagno pur di non essere rimpatriata nella Tunisia del dittatore Ben Alì. In Italia ha lasciato il marito e un figlio. Foto di Raffaella Cosentino - 8 febbraio 2012.
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