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Rosarno, tende e container non bastano: stagionali nei "ghetti" e nelle vecchie fabbriche

“Uomini trasparenti”: presenti quando c’è da spezzarsi la schiena in campagna ma invisibili per lo Stato e senza alcuna protezione giuridica. Così vengono definiti gli oltre 2000 braccianti stranieri nella Piana di Rosarno dal Dossier Radici/Rosarno, un monitoraggio effettuato nel periodo autunno-inverno 2011/12, da Fondazione IntegrA/Azione e Rete Radici. Il volume, che ha indagato le condizioni lavorative, abitative e sanitarie e il livello di integrazione dei migranti, è stato presentato il 17 luglio 2012 a Roma. Secondo il dossier la condizione dei braccianti stranieri, tutti uomini principalmente provenienti dall’Africa subsahariana, peggiora ulteriormente: il 90% lavora in nero, il 72% è irregolare, 30% vive con meno di 50 euro a settimana e il 60% è bloccato in un “limbo giuridico” per ottenere la protezione internazionale.
Uno dei principali problemi rimane l’accoglienza, come testimoniano anche le foto che corredano il Dossier. Con i salari bassi che percepiscono, diventa complicato trovare un alloggio degno di questo nome e i migranti si organizzano in piccoli gruppi di 5-10 persone in abitazioni occupate, che diventano 15-20 nei casolari. Ma in centinaia affollano ghetti e vecchie fabbriche. L’accoglienza “istituzionale”, gestita dal privato sociale, non è sufficiente a coprire la domanda. A parte i 420 posti tra la tendopoli di San Ferdinando e il campo di Testa dell’Acqua, infatti, si contano circa 800 persone auto-organizzate in piccole e grandi occupazioni, tra l’ex stabilimento della Pomona, il cosiddetto ghetto di Rosarno, lo stabile dell’ex cooperativa Fabiana e il ghetto di Taurianova. Numeri che non tengono conto di quelle decine di situazioni sparse e nascoste sul territorio, impossibili da quantificare e che fanno lievitare a dismisura il numero degli alloggi informali, soprattutto nel periodo clou della raccolta (ottobre-marzo).
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