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Kenya: per la stampa una libertà senza garanzie. In attesa di nuove leggi di tutela, restano quelle oppressive del vecchio regime <i>(esclusiva AfricaNews)</i>

19 giugno 2003

NAIROBI - Per la prima volta il Kenya non è comparso nella lista dei paesi considerati ostili ai giornalisti, pubblicata in occasione della giornata mondiale per la libertà di stampa nel mondo, all’inizio di maggio. Nessun giornalista è stato ucciso né imprigionato nell’ultimo anno. Ma alcuni esperti di mass media ritengono che questo cambiamento sia solo superficialmente legato alle recenti trasformazioni politiche nel paese, dopo il nuovo governo insediatosi nel 2002. A loro avviso, non vi sono sostegni legislativi per la libertà di stampa in quanto tale.
Benché il vecchio regime avesse smesso pochi anni fa di mandare i giornalisti nelle camere di tortura dell’infame Nyayo House, l’infrastruttura della repressione non è stata completamente smantellata. “Continuano a esistere gli sgherri del partito al potere che minacciano e picchiano i giornalisti, tribunali avversi che impongono rovinosi risarcimenti da parte dei media e la povertà che rende i giornali finanziariamente deboli e la maggior parte dei giornalisti miseramente pagati ed anche esposti alla corruzione”, osserva Onyango Obbo, editore della catena Nation Media Group.
Secondo David Makali, direttore dell’indipendente Media Institute, con sede a Nairobi, la transizione politica del paese, che ha portato alla nascita del governo del National Rainbow Coalition (Narc) lo scorso dicembre, ha consentito alla stampa di lavorare liberamente e ha creato un’atmosfera che non pone minacce dirette all’incolumità fisica dei giornalisti. “Quello che abbiamo è una libertà senza garanzie – dice Makali – C’è molta buona volontà da parte del governo, ma non c’è un lavoro concreto per mostrare che il governo stesso è serio riguardo il cambiamento delle leggi oppressive”.
L’organizzazione internazionale per la tutela dei diritti umani, Human Rights Watch, osserva che “la libertà di espressione ha perso molto terreno” quando diversi tribunali locali hanno decretato una serie di risarcimenti record a beneficio di personaggi dell’establishment che avevano intentato cause contro i media per via di articoli “poco lusinghieri”.
I massimi risarcimenti sono stati registrati nel 2001 e 2002. In questi due anni, i tribunali del Kenya hanno decretato in totale 110 milioni di scellini (corrispondenti a 137.500 dollari americani) per reati di stampa nei confronti di quattro litiganti. “The People Daily” ha ricevuto l’ordine di pagare al vecchio ministro del governo Nicholas Biwott 20 milioni di scellini (250.000 dollari americani) per una storia del 1999 sul progetto Turkwell per l’energia idroelettrica, nella quale, stando ai suoi legali, il ministro veniva descritto come un uomo corrotto.
Nel dicembre 2000, sempre a Biwott fu riconociuto il risarcimento di 30 milioni di scellini (370.000 dollari americani) a carico degli scrittori inglesi Ian West e Chester Stern per averlo implicato nell’omicidio dell’ex ministro degli esteri Robert Ouko. La presunta diffamazione era contenuta nel libro “Dr Ian West’s case book”. Una delle principali librerie di Nairobi – Bookpoint – ha ricevuto l’ordine di pagare 10 milioni di scellini (125.000 dollari americani) per aver venduto il libro. In totale, Biwott è stato risarcito di 60 milioni di scellini (750.000 dollari americani), la più grossa cifra mai riconosciuta finora ad un Keniano.
I media in Kenya hanno percorso una lunga strada e la loro storia può essere meglio compresa se inserita nel contesto più ampio della politica della nazione. L’industria dell’informazione, in particolare la radio e la televisione, è rimasta sotto il controllo statale dall’indipendenza nel 1963 fino alla fine degli anni ’90. Durante questo periodo, soltanto una rete radio-televisiva, la Kenya Broadcasting Corporation, è stata

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