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Sottosviluppo e povertà schiaccianti: nonostante una gestione più efficiente degli aiuti, l’Etiopia non riesce a risollevarsi dalla carestia

01 agosto 2003

In esclusiva da AfricaNews
VENTI anni fa, attraverso il concerto “Live Aid”, furono raccolti 60 milioni di dollari americani per combattere la devastante carestia che colpì l’Etiopia. Il mondo giurò di non lasciar mai più che ciò accadesse. Ma nel giugno scorso, Bob Geldof, la pop-star che è si tramutata in attivista sociale, è ritornato nel paese impoverito e sull’orlo di un altro disastro, mentre milioni di persone ancora una volta affrontano la morte per fame, e mentre l’attenzione dei grandi media è rivolta in altre direzioni.
La situazione attuale è in parte da imputare ai due anni di siccità che ha interessato alcune delle più produttive regioni agricole del paese. Attualmente più di 12 milioni di persone stanno facendo fronte alla morte per fame – una su cinque della popolazione del paese che è di 65,5 milioni. Il costo degli aiuti alimentari per questa emergenza è stimato in 800 milioni di dollari americani. Sia il governo che la comunità internazionale sono consapevoli che mentre gli aiuti possono avere fallito nell’evitare la fame, essi hanno dato lezioni importanti per prevenire tragedie future. In questi due decenni, essi dicono, cambiamenti radicali sono stati fatti nell’affrontare le crisi in Etiopia – lezioni che ora evidenziano che l’aiuto alimentare continuo non è la risposta.
Fin dalla terribile carestia del 1984, l’Etiopia ha continuato ad affrontare scarsità di cibo soprattutto nel 1992 e 1994 e con la siccità del 2000 quando circa 50.000 persone morirono. Paradossalmente, anche durante eccezionali raccolti abbondanti, circa 5 milioni di persone all’anno hanno dovuto affrontare la fame e dipendere da elemosine. Molti sono semplicemente così poveri da non poter comprare cibo. Infatti l’Etiopia produce più cibo che la maggior parte di paesi europei, ma con il suo reddito medio pro-capite di appena un dollaro al giorno e la depressione finanziaria del suo governo, importare altri alimenti è fuor di discussione.
Inoltre, istituzioni chiave stanno ora svolgendo un ruolo nell’alleviare la situazione – qualcosa che non c’era 20 anni fa. Tra le organizzazioni e i sistemi cruciali che sono emersi, c’è la riserva alimentare e l’agenzia di sostegno del governo – l’agenzia per la prevenzione dei disastri e il pronto intervento (DPPC) - che è migliorata.
Simon Mechale, a capo della DPPC, sostiene che in termini di popolazione coinvolta e di dimensioni, la siccità attuale non ha precedenti nella storia dell’Etiopia. “Quello che stiamo affrontando non è un problema straordinario – ha sottolineato – E’ l’effetto cumulativo di un problema che qui è cresciuto continuamente negli anni”. “Si tratta di un problema di sviluppo, di povertà e mancanza di potere di acquisto – ha detto - A meno che questi non siano risolti, il problema rimarrà sempre. La richiesta di sviluppo non ha avuto una risposta e la povertà non è stata sradicata”.
La tempestiva risposta e consapevolezza della comunità internazionale e del governo significano che sempre meno gente morirà, finché i donatori risponderanno. Eppure finora il governo non sa quante persone potrebbero essere morte per la carestia attuale. Ma fonti accreditate nell’ambito degli aiuti umanitari ne stimano almeno 30.000.
“In termini di evitare morti di massa abbiamo anche avuto successo” – continua Mechale - La comunità dei donatori ha fornito in tempo tutto ciò che poteva”. La riserva di cibo - che ora può conservare fino a 400.000 mt - svolge un ruolo vitale. Nel passato, quando la carestia raggiungeva il suo culmine, i donatori offrivano cibo che spesso impiegava molti mesi prima di arrivare in Etiopia. Ma seguendo lo schema della riserva, i donatori possono offrire cibo e poi prenderlo direttamente dalla riserva così che l&

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