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Giovani rifugiati tengono accese le speranze. La vita dei profughi dei campi di Kakuma e Dadaab, in Kenia

27 agosto 2003

In esclusiva da Africanews
DAMA DIRINYE, una giovane rifugiata somala di sedici anni, sta per finire il suo quarto ed ultimo anno di scuola secondaria, a dispetto di numerose difficoltà, quali la paura di un matrimonio prematuro e delle responsabilità domestiche.
Sebbene viva nel campo profughi dal 1991, quando scoppiò la guerra civile nel suo paese, la Somalia, Dama vede la vita nel campo profughi come una fase della propria vita da cui saper cogliere occasioni. I suoi modelli di vita includono infatti Karl Marx e Madeleine Albright, entrambi grandi personaggi che vissero anche la sua stessa condizione di profugo.
Nei torridi e polverosi campi profughi di Kakuma e Dadaab, nel nord del Kenia, non c’è molto per le circa 220,000 persone provenienti dalla Somalia e dal Kenia che non fanno altro che sopravvivere. Essi, da oltre dieci anni, fuggono le spietate guerre civili in corso nei loro paesi, in cerca di sicurezza temporanea per se stessi e per i loro figli. Ma, a dispetto di incredibili avversità, la luce della speranza sta emergendo tra i giovani profughi, che non stanno soltanto imparando a sopravvivere nella loro condizione, ma guardano verso un futuro migliore.
“La gioventù profuga può raggiungere gli stessi traguardi raggiungibili dalla gioventù di qualsiasi altra parte del mondo - dice Dama -. Lavorando sodo e con determinazione, noi possiamo realizzare i nostri sogni”. Dama è tra le centinaia di giovani rifugiati che il mese scorso è andata a Nairobi, la capitale del – Kenya, per commemorare la Giornata Mondiale dei Rifugiati.
Durante una festosa cerimonia presieduta da Moody Awori, ministro degli affari interni del Kenya, giovani rifugiati - provenienti prevalentemente dall’Etiopia, dal Sudan, dalla Somalia dalla Repubblica Democratica del Congo - hanno mostrato le loro numerose abilità che vanno dall’arte e artigianato, alle creazioni di moda, al catering.
Il tema della celebrazione di quest’anno, “La gioventù profuga costruisce il futuro”, ha focalizzato la necessità di educare i giovani in modo che abbiano la capacità di partecipare la processo di pace e ricostruzione dei loro paesi in guerra. Ma per fare questo, i giovani rifugiati - che sono più del 60 per cento degli immigrati nel mondo - devono avere accesso ad una educazione di qualità, come ha detto l’agenzia profughi delle Nazioni Unite (UNHCR).
Secondo Arun Sala-Ngarm, deputato della UNHCR e rappresentante del Kenya, i figli dei rifugiati sono ancora tagliati fuori dal sistema educativo che fornisce abilità cruciali per cambiare la vita. E aggiunge che in Kenya, per esempio, ci sono 39 scuole primarie per 53,000 bambini, ma solo 3,000 di questi hanno accesso alla scuola secondaria. E ancora meno, circa 158, riescono ad andare all’università.
“Il nostro obbiettivo principale è educare quanti più giovani profughi possibile”ha detto Arun Sala-Ngarm. “l’educazione non solo fornisce abilità e conoscenza, ma è anche un investimento cruciale per la gioventù e per il futuro delle nostre società”.
A causa della loro condizioni, i giovani profughi sono anche più esposti all’incubo della violenza, della droga, e dell’HIV/AIDS. Nel caso delle ragazze, matrimoni precoci e impegni domestici rappresentano un ulteriore impedimento, ha puntualizzato Sala-Ngarm . La gioventù profuga inoltre è esposta al rischio dell’arruolamento forzato da parte di eserciti regolari o rivoluzionari, dove diventano facilmente bersaglio di abusi e maltrattamenti, ha aggiunto.
“La maggior parte dei giovani nei campi ha visto la normalità delle loro vite saltare in aria durante i combattimenti, ha rischiato in qualche occasione la propria vita, e ha visto morire familiari ed amici. Un numero discreto è nato in esilio, ereditando il fardello delle perdite dei genitori”, ha detto Sala-Ngarm. Ma Dama è decisa a non diventare una vittima della guerra. “La vita potrebbe non essere più ciò che avevamo programmato o sperato fosse. Qualche vo

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