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Le tattiche degli abitanti dello Zimbabwe per sopravvivere alla mancanza di risorse alimentari

In esclusiva da AfricaNews

29 agosto 2003

MANGIARE MAIS raccolto per terra, comprato dai produttori di farina e accertarsi che i familiari che hanno mangiato erbe selvatiche velenose non siano morti è ciò che alcune famiglie delle più remote aree dello Zimbabwe devono fare per sopravvivere alla carestia del paese.
In seguito ad un incontro tra gli esperti della sicurezza alimentare avvenuto intorno alla metà di questo mese in Sud Africa, un articolo su Save the Children ha descritto come alcune lontane comunità del Binga e Del Nyminyami, nel nordovest dello Zimbabwe, abbiano adottato misure estreme per sopravivere alla mancanza di cibo.
Il Binga e lo Nyminyami, ad ovest della valle dello Zimbabwe, dove la maggior parte della popolazione fu dislocata durante la costruzione del Kariba Dam, sono due tra i più sottosviluppati distretti dello Zimbabwe. L’area è piuttosto secca, e ciò impedisce uno sviluppo agricolo; è inoltre lontana dai principali mercati. A causa degli elevati costi di trasporto, la comunità paga molto per ricevere forniture limitate, e riceve poca merce che viene preferibilmente venduta fuori da questa area.
Il periodo tra Aprile 2002 e Marzo 2003 è stato tra i periodi peggiori per le comunità, a causa della carestia del paese e della scarsità di mais. In alcuni casi l’inflazione ha toccato l’800 per cento e gli aiuti alimentari sono diventati necessari per la sopravvivenza della popolazione.
Uno studio su un’area di Binga ha riportato che la gente aveva meno cibo di quello che era loro necessario, poiché in un anno, c’erano state due sole distribuzioni di mais da parte dell’organizzazione per il commercio del grano (GMB). Una quantità di denaro è stato speso per spellare il grano e per raccoglierlo dai mugnai locali. Per comprare il cibo, si sono sottratti soldi ad altre necessità quali la scuola e la salute.
Lo studio riporta che il cibo selvatico gioca un ruolo fondamentale nella dieta, che è già poco diversificata. Tuttavia, in aggiunta a cibo selvatico “normale” è stata mangiata anche una zuppa fatta con delle radici di poteri sedativi. A causa di queste proprietà, alcune famiglie raccontano che uno di loro doveva svegliare gli altri ogni mezz’ora per assicurarsi che non fossero morti. Inoltre, se il grano distribuito dall’GMB fosse stato venduto ad un prezzo controllato dal governo, tutti avrebbero potuto avere la razione minima necessaria. Ma in realtà anche i più abbienti hanno dovuto smettere di comprare semi e fertilizzanti e non sono più stati in grado di pagare le tasse scolastiche.
La disponibilità di bestiame ha giocato un ruolo fondamentale per la sicurezza alimentare di certe famiglie, che hanno venduto gli animali, anche se sottocosto, quando non hanno più avuto l’usuale entrata dal lavoro agricolo a causa della cattiva annata. In altri casi hanno costruito tettoie o hanno fatto altri lavori. Le tattiche di sopravvivenza in alcune aree consistevano anche nel comprare grano per preparare birra e per poi rivenderla ad un prezzo che comportasse un guadagno. Alcuni ricercatori hanno riportato che la birra era vista più come una fonte di nutrimento che come un lusso, e che spesso era l’unico “cibo” per i capofamiglia. Gli stessi capofamiglia sostenevano che essere ubriachi era l’unico modo per sopportare i crampi della fame.
Alcune famiglie se la sono cavata prendendo in prestito mais da quei vicini che potevano cederne un po’, rimborsandoli poi nel momento in cui avessero avuto cibo a sufficienza. Le famiglie che combattono l’HIV/AIDS hanno avuto dai campi un guadano ancora peggiore. La produzione agricola è stata particolarmente penalizzata quando il capofamiglia era a casa ammalato durante la stagione della semina. Alcuni nuclei familiari sono sopravvissuti dedicandosi a piccole forme di artigianato, come costruire secchi, commerciando piccoli oggetti e praticando il baratto.
Nelle famiglie in cui i genitori erano molto ammalati, i figli hanno svolto

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