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Bambine costrette a sposarsi con adulti per riscattare i debiti della famiglia. La fame in Malawi fa riemergere arcaiche consuetudini

06 ottobre 2003

In esclusiva da News from Africa
A CAUSA della fame sta riemergendo la consuetudine in base alla quale diverse famiglie costringono le giovani figlie ad avere relazioni con adulti più anziani allo scopo di pagare debiti o rimborsare mutui. E’ quanto ha rilevato la commissione del Malawi per i diritti umani (Malawi Human Rights Commission).
Un rapporto dell’Mhrc afferma che la pratica del “kupimbira” – che permette a una famiglia povera di contrattare con un uomo ricco un prestito di denaro o di bestiame in cambio della propria figlia, senza alcun riguardo della sua età – “è tornata in superficie negli ultimi due anni circa, a causa della fame devastante che ha imperversato le zone settentrionali del Malawi”.
Solo recentemente il paese ha ridotto la diffusa carestia causata da una combinazione di condizioni atmosferiche irregolari, dell’impatto dell’Hiv/Aids e della controversa vendita delle riserve strategiche nazionali di cereali. Più di 3 milioni di persone hanno richiesto aiuti alimentari al culmine della crisi dello scorso anno. La situazione è aggravata dal fatto che il Malawi è tra le nazioni più povere del mondo, con circa il 65% della popolazione che vive in estrema indigenza, con meno di un dollaro al giorno.
L’autore del rapporto dell’Mhrc, il principale ricercatore della commissione, Harry Kambwembwe, ha condotto un’indagine sulla pratica di cui stiamo parlando in seguito a una lettera giunta alla stessa commissione da un cittadino preoccupato. La lettera “portava alla luce un caso a Iponga [nell’estremo nord del paese] in cui una ragazza di 13 anni era stata costretta dai genitori a sposare un uomo più anziano come restituzione di 4.000 K [circa 45 dollari] che essi gli dovevano”, dice il rapporto.
Dopo aver condotto interviste e raccolto dichiarazioni scritte da parte di leader della comunità, testimoni e gruppi ecclesiali, Kambwembwe ha avuto la conferma che il fatto aveva effettivamente avuto luogo e che altre simili usanze che violavano i diritti dei minori venivano praticate in quell’area. Il suo resoconto sottolinea che l’usanza del “kuhaha/kuhara” era tra quelle che venivano praticate ma di cui non si parlava apertamente. Il rapporto spiega di che si tratta: “E’ quando un uomo vuole una ragazza poco più che bambina e concorda con i suoi genitori di prendersi cura di lei finché non sarà abbastanza matura da sposarlo. Il pretendente si occupa delle necessità della ragazza, comprese le spese scolastiche. Ma ha anche il diritto di interrompere la sua frequenza in qualsiasi momento lo voglia. Persino prima della pubertà, l’uomo ha il diritto di trattarla come una moglie. La ragazza non può rifiutare questa situazione perché i suoi genitori hanno già incassato la dote”.
Il kupimbira è molto “popolare” tra i popoli Nyakyusa e Ngonde, nelle aree vicine al confine. Organizzazioni cattoliche hanno condotto campagne di educazione e coscientizzazione per prevenire il perpetuarsi di “questa orrenda pratica che riduce in schiavitù delle ragazzine da parte di uomini anziani contro la loro volontà”.
Kambwembwe afferma che tutte queste usanze sono incostituzionali e assimilabili allo schiavismo. “Si tratta – si legge nel suo rapporto – di una pratica molto arcaica e inumana che non dovrebbe essere tollerata nel nostro ordinamento democratico. La commissione (Mhrc) quindi ha l’obbligo di salvaguardare e promuovere i diritti di queste ragazze così vulnerabili”. Essa fa quindi appello a un intervento urgente tramite la definizione di “forti e ben mirate strategie di educazione civica”, sottolineando che per il fatto che le aree interessate sono situate in luoghi remoti “pressoché prive di mezzi di comunicazione (giornali, radio e televisione)”, sono necessarie campagne in loco.
Lo studio mette in guardia sul fatto che “nella progettazione di interventi nell’area, la scelta della lingua è molto critica in quanto la maggior parte delle persone non parlano né inglese né Chichewa

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