:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

Le sfide del Sudan in vista della pace: 4,5 milioni di sudanesi costretti a lasciare la loro terra potrebbero tornare a casa

08 gennaio 2004

In esclusiva da News from Africa
IN QUESTI giorni quasi tutti a Yei, una caotica città rurale nel Sudan sudoccidentale, discutono delle prospettive di pace. E’ praticamente impossibile, per esempio, camminare per le strade della città distrutte dalle bombe senza udire i venditori ambulanti parlare della loro speranza che i colloqui di pace in corso a Nairobi, in Kenya, tra i rappresentanti del governo sudanese e i ribelli, si concludano con un accordo. “Siamo davvero felici per questo accordo di pace – spiega Johnson Okut, che vende cassava alla griglia in una bancarella ai margini della strada – Se ci sarà un accordo finale, potrò tornare nella mia terra di origine a Bahr al Ghazal per la prima volta dopo 20 anni. Sono pronto a partire e aspetto soltanto che finiscano questi colloqui”.
Se tutto andrà come previsto, Okut e i più di quattro milioni e mezzo di altri sudanesi costretti ad abbandonare le proprie case dalla più lunga guerra civile africana (compresi 570mila rifugiati) potrebbero essere sul punto di ottenere la pace e la stabilità che alcuni di loro hanno sognato per quasi 50 anni. La guerra tra il regime militare sudanese e i ribelli del Sudan People’s Liberation Army (Spla) è costata la vita, secondo alcune stime, a due milioni di persone e ha fatto precipitare la maggioranza dei 38 milioni di abitanti del paese sotto la soglia di povertà. Se l’auspicato accordo tra il presidente, Umar al-Bashir, e il leader dell’Spla, John Garang, sarà davvero raggiunto, per il Sudan questa potrebbe essere l’occasione migliore di diventare una nazione stabile dai tempi dell’indipendenza dalla sovranità anglo-egiziana, ottenuta nel 1956.
A dispetto dell’ottimismo generale, l’umore nel Sudan meridionale non è euforico, ma molto più contenuto. E’ l’umore di un popolo stanco della guerra ma ancora senza certezze riguardo alla pace. Un popolo che dovrà fare i conti con l’arduo compito di ricostruire un paese devastato, ammesso che la pace arrivi davvero. Natalino Losuba Mana, un cittadino del sud che gestisce le operazioni del Norwegian People’s Aid (Npa) nella provincia di Yei, spiega che i sudanesi aspettano di vedere i risultati concreti dell’accordo di pace. “Per il momento non esulta ancora nessuno – aggiunge – Prima aspettiamo che queste promesse di pace si realizzino davvero, piuttosto di vivere solo di speranze. Temiamo ancora, infatti, che venga raggiunto un accordo molto buono che resterà solo sulla carta”. Secondo George Leju Lugor, funzionario anziano dell’organizzazione non governativa Catholic Relief Services (Crs) nel sud del paese, “anche in caso di pace, la popolazione qui è visibilmente traumatizzata dalla guerra. E dopo la firma e le celebrazioni del nuovo accordo, verrà il difficile: la sfida di avviare lo sviluppo. Dobbiamo in qualche modo ricostruire la vita di tutti i giorni”.
A Yei, una città con una popolazione gonfiata dai profughi fino a circa 70mila abitanti, questa eccedenza è visibile. Centinaia di giovani dall’aspetto annoiato si riparano dal sole all’ombra dei filari di alberi di mango e di palme. Ciò che rende il tutto più frustrante, sottolineano alcune persone del posto, è il fatto che quest’area ha un grande potenziale. La terra fertile di Yei, lussureggiante e ben irrigata, se fosse sviluppata potrebbe trasformarsi nel paniere del Sudan. Ma per raggiungere questo risultato è necessario fare i conti con la devastazione pressoché totale dell’economia del sud. “La popolazione di queste aree si è abituata a vivere facendo leva su meccanismi di sopravvivenza basilari, limitandosi allo stretto necessario per tirare avanti – spiega Mac Maika, coordinatore dell’Npa nelle province di Yei e Juba – Questo è il trauma provocato dalla guerra: non ha senso produrre in eccesso per il commercio perché domani potrebbe essere necessario fuggire di nuovo”.
I sudanesi che vivono nelle regioni meridionali del paese si lamentano spesso dello stato delle strade. Costruite male e priv

© Copyright Redattore Sociale

Stampa Stampa