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La fine della guerra apre l’emergenza rifugiati in Sudan. Associazioni umanitarie e ong si preparano al rientro di 570 mila persone

15 gennaio 2004

In esclusiva da News from Africa
CON L'ACCORDO FIRMATO la scorsa settimana tra il governo e i ribelli del sud, che stabilisce i criteri di suddivisione delle risorse principali del paese, il Sudan ha compiuto un altro importante passo verso la pace. A detta dei mediatori norvegesi, un trattato finale e definitivo in questo senso potrebbe essere firmato fra poche settimane, quando saranno state chiarite le ultime questioni rimaste sul tappeto dei colloqui di pace, in corso ormai da diversi mesi in Kenya. La fine di questa guerra ventennale, che ha provocato due milioni di morti, è destinata però ad aprire il nuovo, delicato capitolo dei rifugiati.
Sia il governo sudanese sia l’esercito e il movimento popolare di liberazione del Sudan (Splm/a) hanno dichiarato che, una volta firmato l’accordo di pace, il ritorno dei rifugiati alle proprie case rappresenterà una delle priorità principali. Entrambe le parti desiderano che la popolazione possa tornare a spostarsi liberamente, dopo 36 anni di conflitto sui 47 trascorsi da quando il Sudan ha ottenuto l’indipendenza. Ma per le autorità locali, i donatori, le Nazioni Unite e le agenzie umanitarie, alle prese con la prospettiva di 570mila rifugiati che fanno ritorno a casa in massa, cui si sommano tra i tre e i quattro milioni di profughi interni costretti dalla guerra ad abbandonare la propria terra e a trasferirsi in altre aree del paese, le sfide che si prospettano hanno una portata enorme.
In assenza di statistiche attendibili sulla popolazione del Sudan nel suo insieme, e tanto meno di dati accurati sul numero dei profughi interni e sulla loro intenzione di tornare nelle proprie case, buona parte della pianificazione necessaria è basata su supposizioni. Ciononostante, le agenzie umanitarie e le organizzazioni non governative stanno cercando di prepararsi, e alcuni donatori stanno finanziando dei progetti a favore di determinate aree del paese, prima che i profughi vi facciano effettivamente ritorno. Tutti i soggetti coinvolti concordano tuttavia sul fatto che le incertezze sono enormi. “Nessuno ha la minima idea di quanti torneranno a casa”, ha ammesso Stephen Houston, che lavora nell’ufficio di Khartoum del coordinatore umanitario dell’Onu.
L’unica certezza è che se i profughi si sposteranno rapidamente dovranno affrontare terribili avversità, marciando per giorni attraverso un paese che è grande come il Kenya, la Tanzania, l’Uganda, il Burundi e il Ruanda messi insieme. Data la pressoché totale assenza di strade, servizi igienici e sanitari o infrastrutture di qualsiasi tipo destinate ad accoglierli, saranno vulnerabili alla fame e alle epidemie, sia durante il viaggio che dopo il loro arrivo. Il loro ritorno a “casa” lancerà chiaramente un messaggio positivo, sia all’interno dei confini nazionali che all’estero, su un nuovo Sudan, unito e pacificato. E’ chiaro, però, che il trasferimento di centinaia di migliaia di persone nel Sudan meridionale, prima che si tenga un referendum sull’autodeterminazione, avrà anche enormi conseguenze di carattere politico. Oltre a questo, è previsto che nel periodo ad interim di sei anni si tengano delle elezioni, e anche un censimento della popolazione dopo tre anni, che determineranno l’accesso dei cittadini del sud a varie fonti di finanziamento e ai servizi nazionali.
Muhammad Ahmad Dirdeiry, vice ambasciatore del Sudan in Kenya, ha convenuto sul fatto che entro tre anni dalla firma del trattato di pace la stragrande maggioranza dei profughi dovrebbe tornare a casa. “Senza dubbio gradiremmo che tornassero a casa in questo arco di tempo – ha spiegato – Ci sono le scadenze politiche del referendum e delle elezioni, e vogliamo che il ritorno dei profughi avvenga con un certo anticipo rispetto a questi appuntamenti”. I governi dei paesi vicini, come Kenya, Uganda ed Etiopia, che hanno ospitato per anni buona parte dei rifugiati sudanesi, potrebbero essere altrettanto felici di vederli tornare a casa. La strag

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