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Uganda, 17 anni senza pace. Profughi nella propria terra, radunati e chiusi in campi di concentramento

16 febbraio 2004

In esclusiva da News from Africa
DA 17 ANNI non conoscono la pace. Costretti a essere profughi nella propria terra, gli abitanti dell'Uganda del nord sono stati radunati e chiusi in campi di concentramento. Quasi un milione di persone di questa regione vivono nei campi, a eccezione di chi risiede nelle città. I distretti del nord più colpiti sono quelli di Kitgum, Gulu e Pader, e di recente Lira, Apac e alcune parti della regione orientale. La situazione dal punto di vista umanitario e della sicurezza è molto critica per gli agricoltori trasformati in profughi dalla guerra dell’Esercito di Resistenza del Signore (Lra) di Joseph Kony. Sebbene vicino ai campi siano presenti dei distaccamenti dell'esercito, i ribelli dell’Lra continuano a compiere delle incursioni e a massacrare i rifugiati. I campi, infatti, sono talmente grandi da non permettere ai soldati di mantenerli del tutto sotto controllo. Così la gente continua a morire per mano dei ribelli. Le baracche ricoperte di erba in cui vivono i rifugiati sono talmente ammassate le une vicine alle altre che ogni volta che scoppia un incendio moltissime finiscono in cenere, lasciando i loro occupanti senza un tetto sotto cui ripararsi. Da un anno a questa parte, ne sono bruciate più di tremila solo nei campi di Pabo, nella zona nord occidentale del distretto di Gulu.
A partire dal 1996, quando il governo cominciò a creare le prime strutture di questo tipo, la maggioranza della popolazione di Gulu, così come quella dei distretti di Kitgum e Pader, ha vissuto in condizioni miserabili all'interno dei campi di concentramento. Parte dei profughi hanno visto i propri villaggi dati alle fiamme dai ribelli o dai soldati governativi. Altri hanno visto la morte in faccia o sono stati testimoni del massacro dei propri cari. Per loro è meglio restare nei campi di concentramento piuttosto che osare tornare a casa, correndo il rischio di finire sgozzati dai ribelli. Le condizioni igieniche e sanitarie dei campi per i rifugiati sono a dir poco deplorevoli. Le feci maleodoranti dei bambini sono dappertutto, perfino all'interno delle case. Gli stessi bambini, in buona parte mezzi nudi o con addosso vestiti sporchi e strappati, si intrufolano e fanno i propri bisogni ovunque. Nelle aree circostanti, resti umani sono lasciati a seccare o a decomporsi. L'approvvigionamento dell'acqua e i servizi sanitari sono inadeguati in tutti i campi del nord dell'Uganda. Le donne devono stare in fila a lungo per andare a prendere l'acqua all'unico pozzo o cisterna presente in ogni campo. E quelle più anziane, che non riescono a farsi largo tra la folla, sono costrette a prelevare l'acqua dai ruscelli. La tubercolosi, le eruzioni cutanee, la diarrea, la malaria e la sifilide all'interno dei campi sono all'ordine del giorno. Secondo uno studio recente del ministero della Sanità, la regione del nord, la cui popolazione vive in maggioranza nei campi, è al primo posto per numero di infezioni da Hiv/Aids, con un tasso di diffusione stimato al 45 per cento.
Le ragazze che vivono nei campi, alcune già all'età di 13 anni, cominciano a prostituirsi con uomini benestanti, soprattutto soldati. I genitori, inoltre, non sono in grado di garantire un'istruzione ai propri figli. Così, invece di andare a scuola, molti bambini rimangono a casa. Il numero dei bambini piccoli presenti all'interno dei campi supera quello degli adolescenti. La maggioranza di loro è malnutrita e non può contare su nessun tipo di educazione. Molti, compresi parecchi teenager, sono nati nei campi durante la guerra e crescono nello stesso tipo di ambiente.
I pochi bagni disponibili sono in condizioni a dir poco precarie, fungono anche da orinatoi e sono utilizzati da diverse famiglie, bambini compresi. La situazione è identica nelle latrine, i cui pavimenti sono ricoperti da resti umani. A causa del sovraffollamento, le buche poco profonde delle latrine si riempiono molto rapidamente, ma manca lo spazio per costruirne altre.

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