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Accesso ai servizi salute mentale. Ricerca su 200 utenti della provincia di Prato: marocchini e albanesi i pazienti, il 60% ha lavoro precario, il 15% è senza fissa dimora.

20 febbraio 2004

PRATO - Affrontare il rapporto, ad oggi ancora poco esplorato, tra immigrazione e accesso ai servizi di salute mentale. In un contesto, quello della Provincia di Prato, che al 31 dicembre 2002 contava oltre 14mila residenti stranieri. E’ l’obiettivo di un’indagine condotta dall’Istituto di ricerca economica e sociale ASEL (Agenzia di Servizi per le Economie Locali) in collaborazione con il Dipartimento di salute mentale dell’Azienda Usl di Prato. La ricerca, che qui anticipiamo, è stata promossa dall’ente Provincia, e sarà presentata oggi a Palazzo Novellucci nel corso del convegno “Servizi di salute mentale e processi migratori internazionali”. L’analisi prende in considerazione l’arco temporale dal 2001 al 2003 concentrandosi – per ciascuno dei tre anni – su di una finestra osservativa di 6 mesi. Nel corso di questi tre periodi gli psichiatri del Dipartimento, sulla base di un’adesione volontaria al progetto, hanno compilato per ogni utente straniero che si rivolgesse ai vari presidi una scheda di rilevazione predisposta.
isultato è la fotografia di un campione di 209 persone, uno spaccato che aiuta a scavare nella realtà già delicata dell’immigrazione per mettere in luce chi, chiedendo accesso ai servizi di cura, denuncia un disagio psichico. E anche uno strumento di riflessione sulle strategie di intervento rispetto ad una fascia di utenza particolare. La ricerca rivela una scarsa propensione generale delle popolazioni migranti all’accesso alle dimensioni istituzionali della cura, almeno rispetto ai tassi della popolazione italiana. Tra i 209 pazienti prevalgono, se pur di poco, gli uomini rispetto alle donne (56,5% contro il 43,5%), i pazienti hanno un’età media di circa 31 anni e risultano in primo piano i marocchini, seguiti da albanesi, nigeriani e cinesi. Un quadro che discorda da quello relativo all’incidenza delle varie nazionalità sulla popolazione residente (in questo caso sono in testa i cinesi, seguiti da albanesi, marocchini e nigeriani). “Si può formulare l’ipotesi – si legge nella ricerca – che l’accesso ai servizi, come una sorta di definitiva consumazione di tutte le risorse alternative, sia più probabile e meno ‘filtrato’ per le persone in condizione critica che non possono contare su legami ampi e diffusi all’interno di una comunità. La maggioranza dei pazienti risulta, pur con differenze tra un anno e l’altro, in possesso del permesso di soggiorno. Elementi interessanti emergono in relazione alla condizione socioeconomica di chi si rivolge a servizi di salute mentale. Il 60% non lavora o ha lavori occasionali, la disponibilità di un lavoro subordinato sembra condizionata dal possesso del permesso di soggiorno, mentre il livello di precarietà non è inferiore tra coloro che vantano uno status di soggiorno regolare rispetto agli ‘irregolari’. “Ciò conferma che la dequalificazione e l’inserimento in settori a basso reddito si pongono come aspetti strutturali del funzionamento del mercato del lavoro italiano nei confronti degli immigrati, risultando fenomeni sostanzialmente indipendenti rispetto alla posizione giuridica del lavoratore”. E’ ancora più grave la situazione abitativa, con ben il 15% del totale che risulta senza fissa dimora. Una condizione di “destrutturazione esistenziale, accompagnata dalla dichiarata inesistenza o dall’insoddisfazione dei legami familiari e sociali, che riguarda in maggioranza persone provenienti dai Paesi del Maghreb, mediamente più giovani degli altri pazienti e in buona parte (37%) in regola con le norme sul soggiorno”. (sm) (Vedi lancio successivo)

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