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Progetto Aladino. Il parere degli operatori: i minori stranieri esprimono il disagio come violenza verso gli altri o verso se stessi. Aumenta l'uso di sostanze e la criminalità, spesso al servizio degli adulti

03 giugno 2004

FIRENZE - Le interviste ai testimoni privilegiati – in quanto operanti in centri di alfabetizzazione, ludoteche, centri di orientamento rivolti a minori stranieri, Siast – sono state condotte dai rappresentanti della cooperativa Cat alla fine della fase di mappatura di luoghi e servizi e parallelamente all’osservazione della realtà dei minori nel territorio cittadino. Risulta dal complesso delle risposte che “in questi ragazzi il disagio si manifesta come una sorta di schizofrenia interiore, sanno di essere legati alle proprie radici ma sentono il bisogno di negarle e vivere avendo in testa il modello occidentale. Spesso a casa parlano la propria lingua e fuori si rifiutano”. Il disagio viene quindi fuori come violenza verso gli altri o se stessi.

 

“L’uso di sostanze – emerge sempre dalle risposte degli operatori – è un esempio di violenza verso se stessi, nella maggior parte dei casi il disagio si manifesta in casi di intemperanza oppure con una chiusura verso l’esterno molto forte, una difficoltà di relazione e rapporto, un’assenza di crescita armonica, una difficoltà a trovare equilibrio”. Come si può delineare una tipologia di minori a rischio? “ci sono tanti tipi di rischio, legati all’età e all’ambiente in cui questi adolescenti vivono, al fatto stesso di essere stranieri e quindi alla percezione del mondo di pensare che gli altri hanno nei loro confronti”.

Dalla valutazione degli operatori risulta anche che “in tutti i minori stranieri c’è un aumento dell’uso di sostanze, in primo piano alcool, sostanze chimiche, eroina. Prendendo come riferimento i gruppi informali di ragazzi stranieri, i marocchini, più in generale i magrebini, così come gli albanesi rivolgono l’attenzione ad haschisc, marijuana, nei casi peggiori eroina. Questi gruppi appaiono poco attratti dalle nuove droghe”.

 

La microcriminalità è in aumento, “spesso al servizio di gente adulta, il vivere nella marginalità è quello che riporta al carcere. Il referente dei minori non accompagnati è la vendita di hascish e marjuana per vivere, referente al limite è la polizia che spesso, trovando il poliziotto giusto, diventa il primo ‘operatore sociale’. Si può parlare di un lavoro di rete che accompagna l’attività a tutela dei minori stranieri? Secondo gli operatori dei centri fiorentini “non esiste lavoro di rete, non c’è integrazione nè conoscenza delle varie attività, servizi. A volte si creano delle condizioni perché possa essere attivato un servizio in una realtà senza ascoltare chi vive in quella realtà. Prima di esprimere un giudizio sulla rete dovremmo costruirla, considerando che i minori stranieri sono cartina di tornasole per verificare le mancanze”. (sm) 

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