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Gli ‘’ecoprofughi’’, 80 milioni in fuga dagli ecosistemi danneggiati

Sabato a Firenze la presentazione del Dossier Legambiente.''Per decenni la questione profughi è stata affrontata solo in relazione ai conflitti, anche se il sorpasso numerico ha attirato l'attenzione internazionale sul problema ambientale''

27 maggio 2009

FIRENZE - I cambiamenti climatici, la desertificazione, il riscaldamento globale sono il frutto delle spregiudicate politiche ambientali finora attuate dall'Occidente che si ripercuotono in maniera drammatica sui paesi in via di sviluppo. Il risultato sono milioni di nuovi profughi che non fuggono né da guerre né da dittature, ma da un ambiente divenuto sterile e ostile. Due anni fa, per la prima volta, il numero dei cosiddetti ecoprofughi ha superato quello di chi scappava dalla guerra: il dato parla di 70-80 milioni di persone in fuga dai loro ecosistemi danneggiati. E le persone che rischiano ancora di dover abbandonare le proprie terre per lo stesso motivo sono 135 milioni, secondo le stime di Legambiente. Numeri ingenti di un fenomeno ancora sommerso, non conosciuto e tutto da affrontare, di cui si parlerà nel corso di Terra Futura (Firenze, Fortezza da basso, 29-31 maggio), dove Legambiente presenterà il dossier "Ecoprofughi” sabato 30 maggio.

“Per decenni la questione dei profughi è stata affrontata solo in relazione ai conflitti – spiega Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente e direttore del Dipartimento internazionale  -, anche se il sorpasso numerico registrato un paio di anni fa ha attirato l"attenzione internazionale sul problema ambientale che non è da meno rispetto a quello delle guerre. Adesso si tratta di intervenire rimediando, ad esempio, alla mancanza di un riconoscimento dello status di ecoprofugo”.

Il ritardo con cui si sta affrontando il problema è comunque legato al ritardo con cui l’Occidente ha aperto gli occhi sulla questione dei cambiamenti climatici, entrata non da molto nell’agenda politica e tuttora alla ricerca di un’attenzione costante. A livello internazionale adesso c’è comunque maggiore consapevolezza del dramma vissuto da milioni di persone e delle responsabilità dei paesi sviluppati “non solo per le politiche ambientali attuate, ma anche per le scelte della Banca mondiale, ad esempio, di finanziare infrastrutture destinate a far cadere nella marginalità più totale intere comunità, magari allontanandole da un corso d’acqua per loro vitale o da altre fonti di sussistenza – aggiunge Gubbiotti –. Di questo spesso non si è tenuto conto”.

Per il futuro, ciò che serve è una politica energetica che metta in discussione la dipendenza da petrolio e carbone da parte dell’Occidente promuovendo le energie alternative. “Si può da subito intervenire a livello mondiale – incalza il referente di Legambiente – perché nel futuro del Protocollo di Kyoto ci siano investimenti non solo nelle buone prassi, ma anche per progetti che consentano di dare spazio a un’agricoltura all’insegna della sovranità alimentare”. (Gig)

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