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Libia: “Torturati con le scosse elettriche. In 6 mesi ho perso 12 chili”

Il racconto delle carceri libiche di due migranti somali catturati durante il loro viaggio verso l’Italia: “Poco cibo, nessuna medicina, frustate e mai una doccia. Dormivamo pressati l’uno sull’altro”

12 luglio 2010

CECINA MARE (LI) – “Dormivamo ammassati in una piccola stanza. Eravamo almeno in 50, pressati l’uno sull’altro. Mangiavamo soltanto un panino al giorno o una manciata di riso, non potevamo lavarci e venivamo torturati con le scosse elettriche: ci mettevano, legati mani e piedi, in una vasca d’acqua e poi inserivano un cavo elettrico nell’acqua per qualche secondo. Se ci sentivamo male, era quasi impossibile avere le medicine necessarie. Molti si sentivano male ed erano abbandonati al loro dolore. E’ stato un vero e proprio inferno, in sei mesi di carcere ho perso 12 chili”.
E’ il racconto della detenzione nella prigione di Cufra (al sud della Libia) del giovane A.H.Y, profugo somalo di 26 anni che, in fuga dal suo paese, dopo aver attraversato il Sahara, è stato catturato dai militari libici e incarcerato. La tragica esperienza, che il giovane racconta a margine dell’incontro al Meeting antirazzista dell’Arci a Cecina Mare (Li), risale al 2007 ma nei suoi occhi i ricordi sono ancora vividi. “Le condizioni di detenzione erano davvero disumane, non solo da un punto di vista fisico, ma anche psicologico. I militari ci urlavano nelle orecchie e ci maltrattavano. Dopo un mese di galera, ho dovuto lavorare altri cinque mesi all’interno del carcere per poter essere liberato”. Mentre racconta si attorciglia i pantaloni per mostrare la sua ferita sulla coscia: “E’ stata una frustata che ho ricevuto da un militare del carcere”.
 
Una storia ugualmente drammatica è quella di A.M.M., un altro giovane somalo di 20 anni. Lui è finito nelle mani di alcuni trafficanti di essere umani, che lo tenevano rinchiuso dentro un fatiscente deposito nei pressi della cittadina libica di Bengasi, nella parte settentrionale del paese, in attesa di venderlo ad altri trafficanti per il viaggio verso l’Italia. “Le condizioni in questa specie di garage – racconta il giovane – erano terribili e, insieme ad altri compagni, ho tentato la fuga. Dopo due giorni, i trafficanti mi hanno ritrovato. Mi hanno riportato nel luogo dal quale ero scappato e mi hanno percosso di botte. Sono svenuto, ho perso la memoria e quando mi sono risvegliato mi sono ritrovato in carcere. Ancora oggi i miei ricordi sono confusi, faccio fatica a metterli in ordine”.
 
Entrambi i giovani, scappati dalla Somalia a causa della guerriglia che imperversa nei loro villaggi, hanno dovuto affrontare lunghissimi ed estenuanti viaggi attraverso il Sahara, e poi in barche di fortuna tra le onde del Mediterraneo. Oggi vivono a Caltagirone, in provincia di Catania, dove lavorano come lavapiatti dopo aver seguito un progetto di reinserimento sociale.

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