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Il velocista Scendoni: “Pistorius? Imparagonabili atleti disabili e normodotati”

Intervista all’atleta selezionato per i Giochi di Londra 2012. Dopo l’amputazione di un piede ha proseguito con la pallavolo e poi è passato all’atletica. Si è laureato in ingegneria con una tesi sulla sua protesi

10 agosto 2012

FERMO - Ogni giorno lavora nello studio ingegneristico con il padre e il fratello, poi alle 17 va ad allenarsi al campo d’atletica di Fermo. Nel 2001 Riccardo Scendoni (classe ’84) ha perso il piede destro a seguito di un incidente davanti alla scuola e alla conseguente amputazione; dopo la protesizzazione al centro Inail di Budrio (BO) e la riabilitazione è andato avanti sia con lo sport che con gli studi, laureandosi nel 2009 in ingegneria civile con una tesi sulla sua protesi. In poco tempo ha stretto contatti con un’azienda di Milano che gli ha fornito la sua prima protesi per correre: amatoriale nei primi tempi, la pratica della corsa è passata a livello agonistico in alcuni mesi. Ha corso per la prima volta in gare ufficiali a Imola ai campionati italiani del 2010, dove ha gareggiato affianco a Oscar Pistorius. Da lì l’Inail, dopo averlo incluso nel gruppo di atleti della convenzione con il Cip, gli ha fornito una nuova protesi grazie alla quale è iniziato per lui un crescendo di successi: 2 ori (100m e 200m) ai mondiali Iwasf nel dicembre 2011, mentre ai campionati europei Ipc nel giugno 2012 ha ottenuto l’oro sui 200m e il bronzo sui 100m, corsi in 11’’86 (record personale). Il 29 agosto andrà a Londra e sarà uno degli 11 rappresentanti (più 4 guide) della squadra italiana dell’atletica leggera paralimpica a correre i 100, 200 e 400 metri. Prima dell’incidente praticava la pallavolo a Grottazzolina, città natale, nelle giovanili della Videx, dove ha continuato a giocare per alcuni anni anche dopo l’amputazione. Ha conosciuto pertanto lo sport sia da normodotato che da disabile. “Alla base della pratica sportiva ci dev’essere un’enorme passione”, racconta, “Per un disabile lo sport riveste forse un ruolo ancora più importante perché rappresenta uno stimolo per migliorare sia la qualità della vita sia lo stato di salute. È un modo per sentirsi in grado di inseguire un obiettivo, ma è anche fondamentale per tenere in forma il fisico, che altrimenti rischierebbe di essere vulnerabile”.

Londra è un sogno che si realizza? Cosa ti aspetti da questi giochi paralimpici?
Ancora non mi rendo conto di quello che mi sta succedendo, sono emozionatissimo di andare a Londra dove hanno gareggiato i più grandi del mondo. Il livello della mia categoria T44 – amputati trans tibiali - è elevatissimo, ha fatto passi da gigante nell’ultimo decennio e i miei avversari corrono quasi con tempi da normodotati. Il livello d’aspettativa è altissimo; la gara dei 100m sarà sicuramente la più veloce mai corsa.

Stoke Mandeville, vicino Londra, nel 1948 è stata la culla del movimento paralimpico. È giusto dunque aspettarsi un’accoglienza coi fiocchi?
Alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi c’erano molti disabili che si sono esibiti nei corpi di ballo o corali: questo dimostra quanto gli Inglesi siano sensibili al mondo della disabilità. Sono certo che le Paralimpiadi di quest’anno saranno superiori a quelle passate, come molti si aspettano.

Come vedi Oscar Pistorius, e quali effetti ha comportato la sua partecipazione alle Olimpiadi tra i normodotati?
Le protesi da corsa sono in commercio da tempo ma Pistorius è il primo che riesce a fare tempi così eccezionali, per me è un grande atleta. Non è il primo disabile a competere con i normodotati, prendiamo ad esempio l’arciere sudcoreano Im Dong-hyun che pur vedendo i colori soltanto sfuocati riesce a raggiungere ottimi risultati. La sua partecipazione alle Olimpiadi è secondo me un fatto positivo perché dà visibilità al mondo paralimpico e grossi stimoli ai paratleti. Ha fatto capire al mondo che un atleta paralimpico è un atleta a tutti gli effetti (concezione che in Italia non è ancora del tutto radicata). Resta il fatto che è quasi impossibile confrontare in maniera rigorosa le capacità dei disabili con quelle dei normodotati; facendo gareggiare atleti e paratleti insieme si rischia mettere sullo stesso piano persone dalle capacità fisiche totalmente diverse.

La nazionale italiana d’atletica presente alle Olimpiadi è stata meno numerosa di quanto avrebbe potuto essere. Da quello che hai potuto notare tu nel mondo paralimpico, altri paesi hanno qualcosa in più rispetto all’Italia che permette loro di raggiungere risultati più soddisfacenti nell’atletica?
Paesi come USA, UK e Sudafrica a livello di preparazione sono un po’ più avanti dell’Italia: in America dopo un incidente non ti viene chiesto se vuoi continuare a camminare ma se sei interessato a fare sport. Credo però che ci sia anche il problema che l’atletica viene considerata uno sport minore rispetto al calcio o ad altri sport di squadra, quindi meno praticato.

Quali sono i tuoi modelli da seguire nel mondo paralimpico? Per me è un onore andare a Londra insieme ad Assunta Legnante, che tralatro è tesserata Anthropos Civitanova come me, campionessa di tiro al martello: di lei invidio soprattutto la grande forza d’animo, infatti dopo aver partecipato alle Olimpiadi di Pechino da normodotata una malattia le ha tolto la vista ma lei ha voluto tornare subito a fare sport ad altissimi livelli. (Giovanni Trasatti)

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Tag: Paralimpiadi 2012

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