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“Senza queste cose, non sono nulla”: la sindrome dell’accumulo compulsivo

“Tengo tutto”, edito da Erickson, fa il punto sulla disposofobia, patologia che spinge a un collezionismo avido, disordinato e maniacale e all'impossibilità di buttare via ciò che si possiede. In Italia colpisce il 2-5% della popolazione

17 ottobre 2012

CAPODARCO - Nel 1947 Erich Fromm preannunciava una società ossessionata dagli averi. Attualmente il sociologo Zygmunt Bauman definisce il mondo in cui viviamo “liquido" o meglio “modernità liquida", una società nella quale sembriamo smarrirci senza trovare punti fermi; con una realtà in continuo cambiamento e ad una velocità tale che si fa fatica raggiungere. Le situazioni sono così nuove e imprevedibili che gli strumenti a disposizione non sempre riescono a tenerle il passo. Gli slogan pubblicitari ribadiscono che la nostra identità è legata ai beni che possediamo, ma mentre ci invita a comperarne di sempre nuovi (che non consumeremo mai davvero), qualcuno, perso nell’incertezza moderna, nella solitudine del tempo, accumula una quantità di cose di cui potrebbe fare tranquillamente a meno. Ma quando è che smettiamo di possedere gli oggetti e iniziamo ad esserne posseduti? Chi conosce la storia dei fratelli statunitensi Homer e Langley Collyer (morti entrambe sepolti in casa da una serie infinita di oggetti), può intuire con largo anticipo di cosa tratta il testo “Tengo tutto. Perché non si riesce a buttare via niente” (edizioni Erickson, 2012) di Randy O. Frost e Gail Steketee, clinici tra i massimi esperti in “disposofobia” (accumulo compulsivo) nota anche come "sindrome dei fratelli Collyer". Una sorta di collezionismo avido, disordinato e maniacale, un legame malato con gli oggetti che pone la persona in lotta quotidiana contro l'irrefrenabile tentazione di conservare qualsiasi cosa, "senza queste cose non sono nulla" dichiara un paziente disposofobico.

Il primo studio sistematico sul fenomeno dell’accumulo compulsivo è stato pubblicato nel 1993 nella rivista “Behaviour Research and Therapy”. Sebbene se ne incontrino descrizioni a partire dal quattordicesimo secolo, la patologia non è mai stata visibile come adesso nelle società occidentali, piene di “così tante cose da poter possedere e così tanti modi di venderle ai consumatori”. Il possesso diviene il senso di identità dell’individuo ma attenzione, spiegano gli autori che c’è una distinzione da fare, sebbene il materialismo costituisce una parte della sindrome di accumulo, ci sono differenze tra materialisti e disposofobici, per i primi  gli averi sono segni esteriori di successo, per i secondi gli oggetti diventano un bisogno ma anche una vergogna da nascondere alla vista altrui. I disposofobici tendono a isolarsi e a creare un’identità non pubblica, ma privata.

Quanti di noi conoscono un familiare o un amico o realizzano essi stessi di avere un problema simile che sta diventando fuori controllo? Sono molte e sempre più, le persone anche in Italia, che non riescono a buttare via nulla, conservano ogni singolo biglietto del treno, ogni ricevuta del ristorante, scontrini vari, biglietti di auguri, fino ad ammucchiare e conservare nelle proprie case vere e proprie montagne di cianfrusaglie. “Tengo tutto” cerca di far capire al lettore cosa spinge una persona a circondarsi di cose inutili fino a compromettere la qualità della propria vita, cosa la spinge ad essere un risparmiatore cronico, ad acquistare oggetti ovunque, a portarsene dietro grandi quantità perché “non si sa mai, potrebbero servire”. Ezio Saviano - professore ordinario presso l’Università degli Studi di Padova - Dipartimento di Psicologia Generale "Vittorio Benussi" - nella sua presentazione al testo, sottolinea che il disturbo è meno raro di quanto si pensi “le stime parlano del 2-5% della popolazione. La stima della prevalenza è nord americana, non esistono ricerche sulla situazione in Italia - dichiara il professor Saviano - ma non si hanno motivi per pensare che il nostro paese si discosti molto da tale dato. 

Il libro è una raccolta di casi che i due autori hanno incontrato durante la loro esperienza professionale. Una sindrome bizzarra, curiosa, ma che può trasformarsi in una vera e propria trappola quando l’abitudine di accumulare si trasforma in una patologia seria. Molti casi non sono minacciosi per la vita dei soggetti che possono permettersi spazi per accumulare e aiuti nella gestione dei cumuli, tuttavia sempre più, sono le persone che dichiarano di sentirsi oppresse e depresse per gli effetti esercitati sulla loro vita da questo disturbo che crea sofferenza, pregiudica la capacità di svolgere normali attività e compromette il rapporto anche con i familiari conviventi. Una patologia spesso tenuta segreta perché chi ne è affetto tende a vergognarsi. Siamo legati ai nostri oggetti e ne conserviamo alcuni come ricordi, ma dove è il confine tra normalità e disturbo e quali sono le terapie e i trattamenti più  efficaci? “Avere tutti questi beni ha provocato uno spostamento del nostro comportamento – dichiarano gli autori – dall’interazione umana, all’interazione con questi oggetti inanimati” (slup) (vedi lancio successivo)

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