:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

Cie, violato il diritto alla salute. E dilaga la richiesta di psicofarmaci

Rapporto Medu. Vengono trattenute anche persone con patologie gravi. Diagnosi e trasferimenti in ospedale avvengono in ritardo e c’è un abuso di ansiolitici e “droghe di strada” a causa del disagio psichico

13 maggio 2013

ROMA – Nei Cie viene violato il diritto alla salute delle persone recluse. E’ una delle evidenze più gravi riscontrate da un team di Medici per i Diritti Umani che nel 2012 e nel 2013 hanno ispezionato tutti i centri di identificazione e di espulsione in funzione in Italia (vedi lanci precedenti). Questo accade a causa della chiusura dei Centri di identificazione ed espulsione al mondo esterno e del prolungamento della detenzione a un anno e mezzo in strutture inizialmente costruite per un trattenimento di soli 30 giorni. In tutti i centri il personale sanitario è contrattato e gestito direttamente dagli enti gestori. “Accade così che i Cie si trovino in un’anomala condizione di extraterritorialità sanitaria del tutto svincolata dalle aziende sanitarie locali e quindi dal servizio sanitario pubblico, al cui personale è perfino interdetto l’accesso”, denuncia l’Ong nel primo rapporto indipendente sul tema, dal titolo “Arcipelago Cie”.
 
Innanzitutto non c’è un controllo sul livello dei servizi sanitari che possono essere erogati solo dalle cooperative che gestiscono i centri e che quindi dipende “eccessivamente dalla discrezionalità e dall’efficienza dei singoli enti gestori”. I problemi riscontrati in tutti i Cie sono: difficoltà di accesso alle cure e alle prestazioni diagnostiche presso le strutture ospedaliere; impossibilità di accesso ai centri del personale delle Asl; carente comunicazione tra i singoli Ciee tra i Cie e le carceri nei casi di trasferimento di trattenuti malati; carenza di personale medico specialistico (ad esempio psichiatrico e ginecologico) che sarebbe particolarmente necessario dato il contesto dei centri, reciproca sfiducia tra i trattenuti ed il personale sanitario con conseguente compromissione del rapporto medico–paziente; notevole discrezionalità tra i veri centri nella valutazione dell’idoneità sanitaria al trattenimento.
 
Quando un migrante soffre di una patologia grave, le cure arrivano in ritardo a causa di “un ostacolo logistico rilevante e oggettivo”, cioè della necessità di organizzare una scorta di forze di polizia ogni volta che un trattenuto deve essere trasferito presso una struttura sanitaria esterna al Cie. Spesso queste scorte non sono disponibili per carenza di personale fra gli agenti. Un altro aspetto molto grave che secondo Medu compromette il diritto alla salute “è il venir meno del rapporto di fiducia tra medico e paziente”. Se da un lato i pazienti lamentano scarsa attenzione nei confronti dei loro problemi di salute da parte del personale sanitario, dall’altro i medici nutrono  il sospetto di trovarsi di fronte a sintomi simulati da “finti pazienti” il cui unico scopo sarebbe il trasferimento presso strutture esterne al Cie da dove poi tentare la fuga. Questa dinamica provoca ritardi nella diagnosi tempestiva di malattie potenzialmente gravi. L’indagine riporta “casi sconcertanti” di migranti che continuavano a rimanere trattenuti nonostante le loro condizioni cliniche fossero chiaramente incompatibili con la permanenza nel CieE.

Nei Cie si riscontra un profondo disagio psichico, che può diventare devastante soprattutto nel caso di trattenimenti prolungati, e l’autolesionismo come gesto estremo di protesta contro un trattenimento ritenuto ingiusto oppure attuato nella speranza di uscire in qualche modo dal Cie. In tutti i centri è stato verificato un diffuso utilizzo di psicofarmaci, in particolare ansiolitici, che si attesterebbe nella maggior parte dei casi intorno al 40-50 per cento del totale dei trattenuti, con la punta massima presso il Cie di Milano (90 per cento) e il livello più basso a Caltanisetta (10 per cento). Secondo quanto riferito dai sanitari gli ex–detenuti che già facevano abuso di psicofarmaci prima dell’ingresso nei Cie, sono la categoria che fa maggior richiesta, oltre che delle più comuni benzodiazepine, di farmaci come il clonazepam e il biperidene. Sostanze, conosciute comunemente come “droghe di strada”. “In caso di abuso – scrivono i Medu - entrambi i farmaci possono tra l’altro indurre un effetto che provoca ansietà, euforia, stati di eccitazione e disturbi del comportamento”. Oltre a coloro che già facevano abuso di psicofarmaci in precedenza vi è poi un gruppo di trattenuti che fa richiesta di ansiolitici per placare il profondo malessere provocato dall’internamento nel Cie.
 
“Nel complesso destano preoccupazione le modalità di gestione degli psicofarmaci all’interno dei centri – afferma il rapporto - in considerazione sia dell’alto numero e della complessità dei casi sia del fatto che nessun ente gestore dispone di personale medico specialistico”.  A fronte di un quadro di questo tipo, destano grandi perplessità le affermazioni degli operatori di alcuni enti gestori. A Milano, ad esempio, il personale sanitario intervistato ha asserito che in tredici anni non è mai stata verificata all’interno del centro, la presenza di vittime di violenza, tortura o tratta.

Le cause del disagio psichico sono l’inattività forzosa per prolungati periodo di tempo, in spazi angusti ed inadeguati, insieme all’incertezza sulla durata e l’esito del trattenimento. Per ragioni di sicurezza e ordine pubblico, le disposizioni di molte Prefetture tendono ad inasprire le norme che regolano la vita all’interno dei Cie “contribuendo a rendere ancor più afflittive e degradanti le condizioni di trattenimento dei migranti”. A Ponte Galeria, ad esempio, ai trattenuti non è consentito disporre di pettini, penne, libri o giornali. Nello stesso centro a novembre 2011 scoppiò una protesta poiché i trattenuti erano stati obbligati da una direttiva, poi ritirata, ad indossare esclusivamente ciabatte per evitare il pericolo di fughe. Nei centri di Gradisca d’Isonzo e Milano non è consentito invece il possesso di telefoni cellulari. Anche la possibilità di colloquio con persone provenienti dall’esterno non risulta essere garantita in modo adeguato ed è eccessivamente affidata, nei modi e nei tempi, a criteri discrezionali delle singole Prefetture. In un quadro così desolante, c’è il caso delle donne cinesi trattenute al Cie di Ponte Galeria che rispondono al vuoto di attività del centro producendo borse con i pochi materiali che hanno a disposizione: lenzuola monouso, forchette di plastica e indumenti intimi.
 
Un altro problema è la promiscuità. Gli ex detenuti rappresentano circa il 50 per cento del totale dei migranti trattenuti nell’intero sistema dei Cie italiani, con picchi del 90 per cento a Milano e Lamezia Terme. L’orientamento di molte Questure sembra essere proprio quello di dare priorità alle richieste di trattenimento per i soggetti provenienti dal carcere o comunque con precedenti penali. Oltre ad un cospicuo numero di migranti provenienti dal carcere, l’indagine ha rilevato la presenza delle seguenti tipologie di persone: migranti appena giunti in Italia; richiedenti asilo; cittadini comunitari; stranieri presenti da molti anni in Italia, spesso con famiglia, ma senza un contratto di lavoro regolare; immigrati con il permesso di soggiorno scaduto.
 
Per quanto riguarda le principali nazionalità – dagli ultimi dati nazionali disponibili, relativi all’anno 2011 – risultava preponderante la presenza di migranti tunisini, per la quasi totalità uomini, che rappresentavano il 49 per cento del totale dei trattenuti. Tra gli uomini le altre nazionalità più frequentemente dichiarate erano nell’ordine la marocchina, la rumena e l’albanese. Per quanto concerne i paesi di provenienza delle donne, figurava al primo posto la Nigeria seguita dalla Cina, dall’Ucraina e dalla Romania. Un dato che sconcerta è la presenza di un elevato numero di cittadini dell’Unione europea all’interno dei Cie. Nel 2011, infatti, sono transitati ben 494 migranti di origine rumena, terza nazionalità in assoluto per numero di presenze. Nel solo Cie di Ponte Galeria a Roma sono stati trattenuti nel triennio 2010–2012 oltre mille rumeni. (rc)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Cie

Stampa Stampa