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Mission. Medici senza frontiere: rifugiati hanno bisogni di aiuti, non di vip

Mattia, capo progetto di Msf a Doro, nel Sud Sudan ricorda che i rifugiati necessitano di un’informazione adeguata, ma soprattutto di assistenza medica, acqua, cibo e vaccini, non di polemiche e tanto meno di un reality

09 agosto 2013

ROMA – “Situazioni dimenticate come la vita nei campi rifugiati non possono arrivare all’onore delle cronache a causa delle polemiche o attraverso un “docu-reality” con i vip. Ciò di cui hanno bisogno i rifugiati sono giornalisti che possano davvero approfondire queste realtà, capaci di spiegare fino in fondo che cosa sta accadendo”. Anche Medici senza frontiere, con una lettera firmata da Mattia, capo progetto di Medici Senza Frontiere a Doro, nel Sud Sudan entra nel dibattito sollevato dal programma di Rai Uno “Mission”, che dovrebbe partire in autunno.

Il responsabile di Msf ricorsa che i rifugiati hanno bisogno di un’informazione adeguate, ma soprattutto di assistenza medica, acqua, cibo  e vaccini, non di polemiche e tanto meno di un reality.  “La notizia del programma e il dibattito sollevato è arrivata fino a qui, il Sud Sudan è uno dei contesti in cui si realizzerà la trasmissione –scrive - Due degli elementi principali dell’identità di Medici senza frontiere sono l’azione umanitaria e la denuncia di quanto vediamo nei paesi in cui lavoriamo. Per questa ragione ci battiamo perché le storie delle popolazioni più vulnerabili abbiano spazio in televisione. Nel nostro ultimo rapporto annuale sulle “Crisi dimenticate” – campagna lanciata dal 2006 – abbiamo evidenziato un dato molto preoccupante: nel 2012 le emergenze umanitarie in luoghi come il Sud Sudan hanno occupato solo il 4% delle notizie trasmesse dai principali telegiornali italiani. E’ il dato peggiore di tutti questi anni. Abbiamo davvero bisogno dei vip per portare le storie dei rifugiati e di altre popolazioni vulnerabili all’attenzione dell’opinione pubblica? E’ sui rifugiati che andrebbe posta tutta l’attenzione, non sulle persone che li aiutano o, peggio ancora, su personaggi più o meno famosi. Mi chiedo che cosa direbbe l’opinione pubblica se per esempio un “docu-reality” fosse basato sulle vittime del terremoto in Abruzzo o in Emilia Romagna. Sarebbe accettabile o eticamente appropriato?”

Nella lettera Mattia spiega di aver trovato una “realtà di 50 mila persone che dipendono completamente dagli aiuti esterni per i propri bisogni essenziali. Pensate ai problemi di cui noi non ci dobbiamo più preoccupare nella vita di tutti i giorni: trovare acqua potabile, avere cibo a sufficienza, riuscire facilmente a curarsi quando si è malati. Per le donne, gli uomini e i bambini del campo di Doro, tutti questi problemi sono una realtà quotidiana. E non possono sopravvivere senza il nostro aiuto. Per molti dei rifugiati, la vita nel campo è l'unica che abbiano mai veramente conosciuto: la loro vita è confinata entro i confini che lo delimitano –aggiunge -. Le autorità locali proibiscono loro di uscire e coltivare i campi nei dintorni o raccogliere legna o cercare lavoro fuori. Coloro che sono stati rifugiati in Etiopia per quasi 20 anni a causa della guerra civile tra il nord e il sud del Sudan, sono tornati gradualmente alla loro vita dopo gli accordi di pace, per essere costretti a fuggire di nuovo a causa dello scoppio di questo nuovo conflitto, meno di due anni fa. Siamo qui per fare tutto il possibile per aiutare queste persone, ma i bisogni sono immensi e vanno ben oltre le nostre capacità”.

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Tag: Mission, The mission

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