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Il recluso e lo scrittore, una storia di amicizia dal carcere al Cie

Collins Igbinoba e Salvatore Bandinu si sono conosciuti nel carcere di Isili e il primo ha scelto l’autore sardo per raccontare la sua vita. Poi è finito nel Cie di Bari e ora il suo amico italiano lancia un appello: “liberatelo, non è un delinquente”

03 settembre 2013

"Senza respiro”. Si sente così Collins Osaro Igbinoba, un nigeriano rinchiuso nel Centro di identificazione e di espulsione di Bari Palese. “Questo è un carcere duro, sto molto male qui”, dice. Dal Cie di Bari ha chiesto aiuto. E il suo appello è stato raccolto da uno scrittore sardo, Salvatore Bandinu, che aveva già raccontato la storia di Collins in un libro intitolato “La cella di Gaudì”, edizioni Arkadia.

box “Un ragazzo d’oro”. Salvatore e Collins si sono conosciuti un anno fa nella colonia penale di Isili, vicino a Nuoro. Partecipavano al progetto “Adotta una storia”, un’iniziativa dell’associazione Il Colle Verde e del ministero della Giustizia in cui 12 scrittori sardi hanno incontrato altrettanti detenuti per raccontarne la storia in un libro. “Collins è un ragazzo d’oro, gli è crollato il mondo addosso – racconta Salvatore – è molto emotivo, non è un delinquente, ha compiuto un reato per necessità”.
Collins Osaro Igbinoba, nato a Benin City 38 anni fa, è arrivato in Italia nel 2009 con un volo dalla Nigeria e un contratto di lavoro in tasca come badante. Il contratto l’aveva comprato, in realtà, ma con un permesso di soggiorno di due anni pensava di trovare facilmente lavoro in Europa, nella terra promessa. Le sue speranze si sono infrante contro un muro. “Avrei fatto qualunque mestiere per sopravvivere, l’agricoltore, l’idraulico – racconta Collins al telefono dal Cie pugliese – ma nessuno ha voluto assumermi, non so perché, forse perché sono nigeriano. Mi sono ritrovato a chiedere l’elemosina per la strada”.

In carcere con 100 maialini. Ma a casa in Nigeria aveva lasciato la moglie, una figlia che oggi ha 8 anni e il padre ammalato di cuore con la necessità di una costosa operazione per salvarsi la vita. “Ero in una situazione disperata – continua il nigeriano – così a maggio del 2010 ho accettato di trasportare droga su un treno da Monaco a Verona, era la prima volta che lo facevo e sono stato subito arrestato”. Una piccola quantità di stupefacenti, dice il suo avvocato Loredana Liso. Tre anni, tre mesi e tre giorni di carcere, la sentenza in primo grado era di 5 anni poi ridotti in appello. Prima il penitenziario di Verona, poi il trasferimento nella colonia penale di Isili e un percorso di riabilitazione che sembrava essere andato a buon fine. Nel carcere di Isili Collins ha conseguito la licenza media e ha lavorato nella cura del bestiame. Si occupava di 100 maialini e con i proventi del lavoro ha pagato i viaggi per partecipare alle presentazioni del libro con la sua storia. I prodotti agricoli dei detenuti della colonia penale sarda sono venduti e sponsorizzati anche sul sito del ministero della Giustizia con il marchio “Il Galeghiotto”. Ricotte, pecorino e formaggio fuso.

Peggio che in carcere. Lavorando nei campi del carcere sardo, Collins poteva restare all’aria aperta tutto il giorno e rientrare in cella solo la sera per dormire. Vedeva nel suo percorso una rinascita, completata con il progetto del libro, quando aveva scelto Salvatore Bandinu per raccontare la sua storia. Il progetto letterario prevedeva infatti che gli autori si presentassero ai reclusi di Isili, lasciando in dono i loro libri. Dopo avere letto le opere, sono stati i reclusi a scegliere ognuno il proprio autore. Dopo aver letto le storie di Salvatore, Collins ha deciso di affidare a lui le memorie della sua vita perché dice “ho visto in quelle parole la realtà dei suoi sentimenti”. Ora nel Cie di Bari, chiuso tutto il giorno nelle camerate separate dal mondo da una porta blindata che ha solo una piccola feritoia centrale, il nigeriano si ritrova in una condizione peggiore del carcere. Lui che era abituato a lavorare tutto il giorno, deve vivere nell’ozio forzato, in attesa del rimpatrio in Nigeria.

“In Nigeria sarei in pericolo”. “A volte le persone sbagliano, io mi vergogno di quello che ho fatto – continua Collins – ma esiste la possibilità di cambiare. Non posso tornare in Nigeria, la mia vita lì è a rischio, perché sono cristiano e in questo momento ci sono scontri e bombe tra musulmani e cristiani”. Nel frattempo, anche il padre è morto, perché i soldi per l’operazione al cuore non sono mai arrivati. “La prefettura di Nuoro che ha emesso il decreto di espulsione dopo la fine della pena in carcere, non ha valutato il caso specifico della persona – spiega l’avvocato Loredana Liso – il trattenimento nel Cie per Collins è esagerato, servivano misure alternative”. Il passaggio automatico dal carcere al Cie per gli immigrati è da tempo denunciato dai giuristi e dalla campagna LasciateCIEntrare. Nei Cie si viene trattenuti per un altro anno e mezzo a spese della collettività per essere identificati ed espulsi. Il caso di Collins dimostra che uno straniero in carcere per anni, nel momento in cui viene scarcerato deve essere ancora identificato, con un notevole sperpero di soldi pubblici.

“Non credevo che i Cie fossero così…”. “Non sapevo nemmeno dell’esistenza dei Cie, io credevo ci fossero solo i centri di accoglienza, non queste prigioni – commenta Salvatore Bandinu – finché non conosci una persona che ci è finita dentro, non puoi capire cosa sono e quanto si soffre”. Lo scrittore conosce molte realtà detentive in cui fa l’educatore, dalle colonie penali alle carceri minorili, ma il mondo dei Cie gli si è aperto davanti solo quando il suo amico Collins gli ha chiesto aiuto. “Per liberarlo abbiamo fatto una raccolta firme con gli altri autori da spedire al suo avvocato, già prima volevamo aiutarlo con una colletta. Poi mi ha chiamato da Bari disperato, piangendo”. A quel punto, Salvatore ha promesso di dargli una mano. Ha pubblicato la loro foto su Facebook, ha chiesto solidarietà, informazioni. E Ci ha contattati. (Raffaella Cosentino)

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Tag: Cie

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