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Da Africa bianca a White shadow, così l’albinismo esce dall’oscurità

Un film acclamato a Venezia, un audio documentario premiato a Bellaria, un progetto fotografico portano all’attenzione pubblica le persone affette da una malattia rara di cui si parla pochissimo. E che in molti paesi africani sono perseguitate

04 settembre 2013

ROMA – C’è un detto in Africa Orientale: “Gli albini non muoiono, semplicemente scompaiono”. I loro corpi sono infatti merce di un commercio brutale e redditizio. La superstizione animista ritiene che abbiano un enorme potere e la capacità di curare qualsiasi malattia. Per un pezzo di albino, in Tanzania si possono pagare fino a 5 mila dollari, in un Paese in cui il reddito medio annuo è poco più di 400. E’ per questo che si scatenano vere e proprie cacce all’uomo con sparizioni e omicidi. Il dramma degli albini in Africa – e il fenomeno dell’albinismo in generale – è stato riportato alla ribalta da White Shadow (Ombra bianca), un film di Noaz Deshe in concorso alla Settimana della critica della Mostra internazionale del cinema di Venezia. E’ la storia di Alias, un ragazzo in fuga, dopo aver assistito all’omicidio di suo padre, anche lui albino. La madre lo affida allo zio per farlo crescere in città, lontano dagli stregoni. Imparerà a vendere occhiali e Dvd, si innamorerà. Ma, per lui, anche la città diventerà presto un luogo dove è difficile sopravivere.

boxAfrica bianca. La storia di Stephane Ebongue inizia invece con l’eruzione del Monte Camerun nel 2007. Fu questo evento naturale a scatenare la caccia al sangue degli albini, per placare gli dei della montagna. La sua storia è raccontata da Africa Bianca, audio documentario dei giornalisti torinesi Fabio Lepore e Barbara D’Amico che si è recentemente aggiudicato il primo premio nella sezione Radiodoc del Bellaria film festival. Stephane in Camerun faceva il giornalista ma fu costretto a scappare in Italia, per sfuggire alla sorte che invece era toccata al fratello Maurice: albino, sparito nel nulla. “Africa Bianca” è un racconto costruito su una serie di paesaggi sonori, che inanellano un denso insieme di tematiche: non solo l’albinismo in Africa ma anche l’ipovisione (patologia della vista che si presenta spesso in concomitanza proprio con alcune forme di albinismo) e la condizione dei rifugiati politici, costretti a scegliere tra la sopravvivenza e lo sradicamento.

Una biblioteca per gli albini. Stephane, in Italia da sei anni, è ormai stufo di rievocare quelle vicende drammatiche. “Vuole passare all’azione”, dice in un’intervista a Redattore sociale, far capire alla gente cosa significhi la vita quotidiana per un albino africano: l’ipovisione e le angherie che rendono la scuola un incubo, il pericolo dei tumori alla pelle, la scarsa istruzione che conduce spesso sulla strada, a chiedere l’elemosina, “esposti ai cacciatori di uomini e alle vessazioni mosse dalla superstizione”. Con l’aiuto delle onlus Apri e Albinit, Stephane sta raccogliendo denaro e attrezzature per costruire una biblioteca per albini e ipovedenti a Douala, nel suo paese natale. Fabio Lepore, uno dei due autori di “Africa Bianca”, è già noto ai lettori di Redattore Sociale e condivide con Stephane la condizione di ipovedente. Ha realizzato numerosi reportage dall'India all'Afghanistan.

Cos’è l’albinismo. Riconosciuta come malattia rara, l’albinismo è un’anomalia genetica che si manifesta con l’assenza o la riduzione della melanina nella pelle, nei capelli, nei peli e/o negli occhi. Non è semplice farsi un’idea della sua diffusione. Se in Europa, si stima un’incidenza di 1 su 17 mila, in Africa la percentuale è molto più alta a causa delle unioni tra consanguinei e varia da 1 su 2mila a 1 su 5mila. Poco noti sono gli aspetti meno appariscenti della malattia: una persona albina deve essere protetta con creme speciali o indumenti, per evitare l'insorgenza di tumori cutanei come melanomi e carcinomi. Gli albini hanno scarsa visione da lontano e scarsa visione da vicino. Per il resto è del tutto normale lo sviluppo intellettivo e la salute generale.

La photogallery. Per sensibilizzare e promuovere una corretta conoscenza a un pubblico più vasto circa le condizioni delle persone albine, l’associazione Albinit ha realizzato un progetto fotografico coinvolgendo la fotografa-giornalista Silvia Amodio, da anni impegnata in ambito sociale. Ne è nato il reportage Tutti i colori del bianco, una serie di foto-ritratto di persone albine scattate in Italia, Francia e Spagna. (glc)

© Copyright Redattore Sociale

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