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Maheswuare e Msindo, il riscatto delle città della moda nel sud del mondo

Si trovano in India e in Tanzania. Qui lavorano donne dalle cui mani passa gran parte delle economie dei due villaggi. I loro prodotti, quest'anno, sbarcano nella città dell’alta moda, Milano, per “So critical so fashion”

07 settembre 2013

MILANO - Il riscatto dei piccoli villaggi di India e Tanzania passa attraverso le mani di abili sarte: sono le donne del Maheswuare nel Madhya Pradesh che lavorano su telai tradizionali e quelle di Msindo, nel sud del paese africano. I loro prodotti sono arrivati fino a Milano: nella capitale della moda verranno esposti alla fiera So critical so fashion, dedicata al consumo critico e indipendente. L’evento è organizzato da Terre di mezzo è si terrà a Milano dal 20 al 22 settembre in via Piranesi, 10.

Da Maheswuare viene un tessuto particolare, cotone misto a seta, molto morbido e brillante che prende il suo nome dal villaggio. Qui le donne tessono stoffe pregiate su telai tradizionali. Paola Garibotti, o Rositag come si fa chiamare, si è appassionata all’India e ai suoi sari viaggiando, oggi lavora con le donne di Maheswuare. Un giorno ha incontrato Mira:” Avevo conosciuto un maraja della zona di Maheswuare che aveva riaperto i telai per far lavorare gli abitanti del villaggio. Mi sono messa in contatto con la sua stilista Mira Sagar e oggi lavoro con lei, che si è messa in proprio e gestisce l’atelier indiano”.

Ad oggi i telai di Mira da tre sono diventati 80 e ci lavorano 20 donne con alcuni uomini. Le donne che lavorano a mano le stoffe hanno le storie più diverse: sono giovani, più mature, madri di famiglia, di solito si occupano della pulizia e della preparazione della lana, gli uomini invece tessono o preparano la pashmina. I metodi di lavorazione comprendono anche il cosiddetto “block printing”. In pratica si versa l’inchiostro su blocchi di legno in cui è stato intagliato un disegno, che di seguito si imprime sulla stoffa desiderata. Gli abiti di Rositag, che è la prima ad importare in Italia da questi specifici produttori, sono pezzi unici perché le stole sono create da una parte di sari (tessuti lunghi fino a 6,5 metri). Con l’aumentare del lavoro ci sono sempre più telai a Maheswuare, inoltre sono stati organizzati corsi di tessitura e scuole per i bambini delle tessitrici.

“Ogni produttore di Maheswuare ha un’attenzione diversa nella lavorazione– racconta Rositag – c’è chi produce seta etica (senza ricorrere alla bollitura dei bachi ma raccogliendo ciò che rimane dei bozzoli dopo la nascita delle farfalle ndr) e chi usa tinture vegetali, ottenute con terre, foglie e piante come l’indigo che dà il colore blu ma si può raccogliere solo lontano dai periodi dei monsoni. Io non utilizzo cotone biologico, favorisco la lavorazione a mano o ricamata con i telai ma con cotoni normali”.

A So critical so fashion ci sarà anche la “Gloria bag”, una borsa che prende il nome dalla figlia di una sarta di Msindo, in Tanzania. Qui la corrente elettrica non è ancora arrivata, per questo le 12 donne del progetto Mkomanile Craft cuciono su macchine a pedali e utilizzano materiali di riciclo per produrre borse, pochette, porta computer, tovagliette per la colazione ma anche collane e braccialetti. I materiali di riciclo sono i più vari: dai tappi di sode e birre rivestiti di tessuto per fare i bottoni, ai sacchi per trasportare il mais fino ai copertoni delle biciclette.

“La nostra ong Cope lavora in Tanzania da 25 anni ormai, in particolare nella regione Ruvuma, dove si trova la cooperativa Mkomanile, abbiamo da 10 anni progetti agricoli – spiega Valeria Gallitto, responsabile della raccolta fondi di Cope – questa realtà che portiamo in Italia nasce dalla volontà di alcune donne locali di emergere e mettere alla prova la loro capacità sartoriale. Si è deciso quindi di fare un corso di cucito della durata di tre anni che desse loro la possibilità di affinare le capacità e che gli permettesse di ottenere un diploma a livello nazionale, il Veta, rilasciato per arti e mestieri”.

Le 13 ragazze di Mkomanile, nome che deriva dall’unica guerriera donna che combatté durante una ribellione dei locali contro i tedeschi, hanno deciso di cimentarsi con il mercato locale e ora anche con quello italiano.
“La svolta è stata nel 2011 anno in cui si è deciso di creare una cooperativa per le ragazze che volevano diventare imprenditrici, con il tempo hanno iniziato a vendere i loro prodotti in fiere che si tenevano in Tanzania, ora anche noi di Cope riusciamo ad importare i prodotti in qualche piccolo mercato italiano al sud.” Da quest’anno Cope sta cercando di realizzare un nuovo laboratorio di cucito con un magazzino e un impianto solare, per illuminare l’ambiente di inverno, è previsto anche l’acquisto di macchine da cucire elettriche. (Marcella Vezzoli)

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