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Lampedusa, comunità eritrea divisa anche sulla commemorazione

Il dolore sana all'apparenza le divisioni interne, ma in realtà per commemorare i morti a Milano ci sono tre eventi differenti. Gli eritrei vicini al regime solo in Italia ricordano il naufragio. Mehari (oppositore e sindacalista Cgil): "Un controsenso, scappano dalle violenze di Afewerki"

07 ottobre 2013

boxMILANO – Tre celebrazioni, una per ogni volto della comunità eritrea d'Italia. Per quanto con la tragedia di Lampedusa i migranti che abitano in Italia provino a superare le divisioni, restano tre mondi separati: ci sono i fedeli al regime di Isaias Afewerki, il dittatore al potere dall'indipendenza nel 1991; ci sono gli oppositori, scappati per ragioni politiche e i giovani di seconda generazione, ormai lontani dalle logiche partitiche.

Ieri pomeriggio in piazza Duomo c'è stata la prima commemorazione, organizzata dalla comunità eritrea (Cem), la cui associazione ha sede all'interno del consolato milanese ed è molto vicina al potere. Alle 17.30 di oggi, invece, alla Chiesa di santo Stefano è il turno della Pastorale dei Migranti della Diocesi, incontro a cui partecipano anche gli oppositori di Afewerki. Sabato 12 ottobre tocca poi al Comitato spontaneo 3 O (3 ottobre, il giorno della disgrazia), un gruppo con cinque coordinatori italo eritrei che organizzerà una marcia da San Babila a piazza Oberdan, uno degli storici luoghi di ritrovo della comunità eritrea milanese.

"Almeno in questa tragedia vogliamo superare le divisioni – spiega Desbele Mehari, dissidente eritreo e sindacalista Cgil -: le frammentazioni non hanno senso". La sua richiesta, a nome di tanti eritrei della diaspora, è che le salme dei morti vengano restituite ai familiari rimasti ad Asmara: "Gli eritrei che abitano all'estero sono disposti a partecipare alle spese di spedizione".

Restano delle ombre sulle reazioni alla tragedia di Lampedusa tra gli eritrei. Solo in Italia, infatti, gli eritrei vicini al regime hanno deciso di ricordare il naufragio il cui bilancio, al momento, conta 195 vittime. "Un controsenso dato che molti dei migranti scappavano dal regime di Isaias Afeworki", evidenzia Mehari. La contraddizione è ancora più netta tenendo conto di come i media del regime hanno parlato della tragedia: "L'assurdo – continua Mehari - è che stanno strumentalizzando questa tragedia per placare il desiderio di lasciare il Paese". Senza mai ammettere, però, che sepolti in fondo al mare ci sono corpi di cittadini eritrei: "I telegiornali parlano di 'africani clandestini'". "È assurdo – continua – che tutte le volte ci commuoviamo e basta. Ormai sappiamo che questa tragedia non si ferma".

"Non è il momento di dividerci. Siamo un comitato apartitico che raccoglie persone di sensibilità diverse". Daniele Lemlem, nato in Italia da mamma somala e papà eritreo, vuole solo che l'Italia reagisca all'ecatombe del Mediterraneo. "Dal mio punto di vista fino ad oggi le politiche sull'immigrazione sono state un fallimento. Mi aspetto una reazione adesso", dice. Non è solo l'Italia a doversi risvegliare da anni di non governo dell'immigrazione. In Europa il silenzio, continua Lemlem, è ancora più assordante: "Io non posso più stare zitto". Se i miei genitori fossero rimasti in Eritrea io a questo punto sarei su un barcone oppure sotto il mare, aggiunge.
E alle sue parole fa seguito un video pubblicato da Corriere immigrazione in cui rivolge un appello al ministro Cécile Kyenge, simbolo per Daniel Lemlem come per gli altri immigrati di seconda generazione, della possibilità di farsi vedere in pubblico, di non restare nell'ombra. "Ci rivolgiamo a lei per rendere pubblico il nostro messaggio", dichiara Lemelem: la soluzione, per il portavoce del Comitato 3 O è solo evitare che chi scappa dalle guerre sia costretto a mettersi nelle mani degli scafisti. (lb)

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