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Contratto di convivenza davanti al notaio: a Torino la prima unione civile

E' la prima coppia in Italia a formalizzare in dettaglio i termini della futura vita insieme: hanno firmato un accordo di 22 pagine, in cui contraggono obblighi reciprochi che contemplano anche l’eventualità della separazione. "Ma non è un matrimonio"

09 ottobre 2013

TORINO - Una firma in uno studio notarile. Tanto è bastato a una coppia di giovani torinesi per ottenere quello che, da ventisette anni, la giurisprudenza italiana non riesce a codificare. Siglando un contratto di 22 pagine, Eleonora D. (33 anni) e Fabrizio N. (29) hanno regolato in dettaglio i termini della loro convivenza: lei, infermiera professionista, si è impegnata ad assistere la sorella di Fabrizio; il quale, in caso di “separazione”, cederà a Eleonora metà della casa in cui convivono, oltre a sostenere economicamente sua madre.

A ideare questo prototipo di unione civile, il notaio e saggista Remo Bassetti, che ha stabilito così un precedente giuridico: Eleonora e Fabrizio sono i primi in Italia a regolare in tal modo la loro convivenza. Un primo passo per colmare un vuoto legislativo che tocca migliaia di coppie di fatto? Sul punto Bassetti è piuttosto cauto. “Purtroppo – chiarisce – un atto di questo tipo non si sostituisce al matrimonio, o meglio a una legge che attribuisse a un'unione civile tutti i diritti nascenti dal matrimonio: in caso di decesso di un convivente, ad esempio, l’altro non avrebbe diritto alla pensione di reversibilità. Quello che possiamo fare, invece, è mettere la coppia in una situazione di reciproca garanzia, attribuendogli dei diritti, anche e soprattutto di natura patrimoniale, che non possono essere attaccati dagli eredi”. Ventidue pagine di accordo, codificate a partire“ dallo studio di indicazioni, pronunciamenti e sentenze della giustizia italiana”. Che ora potrebbero aprire uno spiraglio per una serie infinita di soggetti che non possono ricorrere a una giurisprudenza chiara e definita. “Penso ad esempio a quelle coppie in cui uno dei conviventi non è ancora riuscito a ottenere il divorzio” continua il notaio. “O che hanno figli di primo letto, ai quali non è riconosciuta alcuna tutela all’interno della nuova unione, perché appartengono a un nucleo familiare distinto. E naturalmente penso anche alle coppie omosessuali”.

Ma proprio dall’Arcigay sono arrivate le prime critiche: “Nessuna unione civile – dichiarano all’associazione - è equiparabile al matrimonio, l’obiettivo per il quale continuiamo a batterci”. “È comprensibile la loro preoccupazione ribatte Bassetti. “Io credo temano che casi come questo possano intralciare il percorso verso il riconoscimento delle nozze gay. Ma io credo che, se venissero adottati anche da altri notai, contratti di questo tipo potrebbero rappresentare un incentivo verso quel traguardo e verso le unioni civili”.

In Italia il primo disegno di legge sul riconoscimento delle coppie di fatto risale al 1986: a presentarlo fu l’Arcigay assieme al gruppo interparlamentare Donne comuniste. A oggi, nonostante le sollecitazioni del Parlamento europeo per la parificazione dei diritti di coppie omosessuali ed eterosessuali, l’Italia resta tra i pochi paesi europei a non essersi dotati di una legge che ne formalizzi diritti e doveri. Un vuoto che non intacca le unioni soltanto dal punto di vista patrimoniale, ma pone ostacoli in tutta un’altra serie di eventualità: è il caso dei ricoveri in ospedale, quando al convivente non è garantita la possibilità di assistere il compagno o la compagna. Un nodo che non viene del tutto sciolto neanche da accordi come quello stipulato a Torino. “Quello che le parti possono fare – conclude il notaio – è mettere nero su bianco che, in caso di degenza, desiderano che sia il convivente ad occuparsi della loro assistenza. Questo non implica automaticamente che gli ospedali lo consentano, ma quantomeno risolve il problema dell’onere della prova. Spesso in casi del genere è difficile dimostrare l’esistenza stessa di una unione di fatto: un atto pubblico ha, in questo senso, un valore incontestabile”.

Atto che, però, non è certamente alla portata di chiunque: il costo di un accordo come quello stipulato nello studio di Bassetti varia dai mille ai cinquemila euro, in base al valore dei beni coinvolti nello scambio. Chi non può permetterselo, per ora, può solo sperare che questo caso apra davvero una breccia per colmare il vuoto legislativo esistente in materia. (Antonio Storto)

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