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Torino, in carcere va in scena l’incontro tra autori e vittime di reati

“Cicatrici e guarigioni” è il titolo della rassegna di incontri che si è aperta ieri sera nel carcere torinese delle Vallette. Un esperimento “di giustizia riparativa” che, per tutta la prossima settimana, farà incontrare otto autori di reato con altrettante vittime, fondendo poesia e teatro civile

10 ottobre 2013

Un momento della serata

TORINO - Anna è una bella donna sulla quarantina. Ha i capelli castani e un sorriso appena mosso da un impercettibile fremito di tensione, che pare attraversarle il corpo mentre ricorda alcuni momenti della sua vita. I primi anni di matrimonio li ha trascorsi a Granada, in Spagna, paese al quale è ancora molto legata. Lì è nato Pedro, il suo primo figlio, venuto alla luce il 10 gennaio del 2003, “durante una delle nevicate più intense che la Spagna ricordi”. E lì, in una sera di fine autunno, ha incrociato gli occhi “tristi e spaventati” dell’uomo che l’ha minacciata per rubargli poche decine di euro. Francesco invece è un uomo massiccio, con i baffi e la testa rasata. Quando era piccolo, in una borgata appena fuori dalla Milano degli anni 70, la sua passione era la pittura. Poi, crescendo, sono arrivate la politica e le manifestazioni; quindi  gli Anni di piombo e la lotta armata. E Francesco si è ritrovato a scontare una condanna all’ergastolo nel Carcere delle Vallette, dove ha già trascorso quindici anni di vita.

Un momento della serata

E proprio nel penitenziario torinese, ieri sera, i due si sono incontrati, per raccontare le loro storie. Guardandosi negli occhi in uno spazio scenico improvvisato, adornato da scenografie cariche di simboli personali e componimenti haiku (brevi poesie nella tradizione dello zen cinese).  Si è aperto così “Cicatrici e guarigioni”, ciclo di rappresentazioni che per la prima volta in Italia predispone l’incontro tra autori e vittime di reati, in un area di confine tra il teatro civile, la poesia e lo psicodramma. Un esperimento “di giustizia ripartiva” che andrà avanti fino al 18 ottobre, per mettere a confronto “due mondi opposti: quello degli autori e delle vittime” come ha spiegato il regista Claudio Montagna, autore dell’iniziativa e responsabile dal ‘93 del laboratorio teatrale delle Vallette .“Mondi che si incontrano  soltanto nell’arco di tempo in cui si consuma il crimine; che non dura che pochi istanti, lasciando però delle ferite profonde”. 

Se si esclude il fatto che entrambi hanno vissuto in Spagna, il reato è l’unica cosa che Anna e Francesco hanno in comune.  Non si tratta dello stesso crimine, perché per una scelta del regista nessuna vittima incontrerà il “suo” autore. Da principio, ieri sera, i due erano seduti tra il pubblico, mentre due attori raccontavano le loro storie, recitandole in prima persona. Poi sono intervenuti direttamente,  rispondendo alle domande del regista e degli stessi attori.

“Mi commuovo sempre quando parlo di Granada” ha detto Anna. “È   un ricordo indelebile e importante, per via degli amici, la casa, il lavoro, il figlio. Un grande ricordo, nel bene e nel male”. Appena un mese prima che nascesse Pedro, in una sera di fine novembre, Anna usciva dal cinema con suo marito Paolo. “Era notte fonda– ricorda -  perché  in Spagna i cinema danno il secondo spettacolo verso la mezzanotte”. Attraversando le stradine di un quartiere isolato, i due si accorgono di essere  seguiti. “Non sapevamo come comportarci, ma poi l’uomo ci ha raggiunti e ci ha minacciati con qualcosa che teneva nella tasca del cappotto.  Non riuscivamo a capire cosa ci fosse in quella tasca: poteva essere una pistola o un pennarello. Noi avevamo qualche decina di euro e glieli abbiamo consegnati: eravamo spaventati.  Anche nei suoi occhi però si poteva vedere un velo di spavento. Dopo averci derubato è scappato”.

Mentre Anna raccontava la sua storia,  gli attori incollavano una serie di figure di cartone su una bacheca alle sue spalle: una donna con il pancione,  il rapinatore col bavero alzato e la mano in tasca. E la parola “miserabile”, aggiunta quando Francesco, in una breve lezione di etica del crimine, ha definito così la rapina di una donna incinta, prima che fosse il suo turno di raccontarsi.  “Sono stato educato alla bellezza fin da piccolo” ha ricordato. “La mia insegnante di disegno amava molto l’arte e ci portava spesso a vedere delle cose molto belle, come la Pinacoteca di Brera.   Anche mia nonna valorizzava questa attitudine.  Fu lei a regalarmi il kit completo per dipingere”.  Nel ’74, Francesco si trasferisce con i genitori alla periferia di Milano. Qui incontra cose che non aveva mai visto, “come l’eroina, che si portò via un’amica. O le contraddizioni sociali che, essendo cresciuto in un ambiente protetto,  non conoscevo. Quel mondo mi spinse a pensare in modo politico. Presi parte ad alcuni gruppi di Autonomia operaia. Era il periodo di Prima linea e Lotta continua”.  In pieni anni di piombo, il passo verso la lotta armata è breve.  Così iniziano anche le rapine di finanziamento, le azioni dimostrative, il traffico d’armi. “Sono stato condannato per un’importazione di armi dall’estero” ha precisato. “Quelle armi poi vennero usate in un omicidio. Per questo mi hanno condannato all’ergastolo”.

 Per Anna, quella sera di dieci anni fa ha significato “la perdita dell’innocenza.  E la nascita di un senso di insicurezza che spesso mi accompagna”. Francesco ammette di aver pensato molto alle sue vittime, “ma solo dopo la carcerazione”.  Quando il regista chiede loro cosa avrebbero fatto se quei reati non avessero cambiato il corso delle loro vite, lei risponde “che sarebbe andata a casa”. “Avrei continuato a dipingere il mondo” dice invece  lui. E di nuovo ad Anna  “hai giudicato cattivo il tuo aggressore”? “No” . E a Francesco: “Ti senti cattivo?”. “No” risponde lui. “Ma credo di aver rotto dei vincoli con la società”.   E alla fine, i due dialogano. Con un certo imbarazzo, mentre lui le dice che “le fa onore entrare in carcere, in quel modo, con quell’atteggiamento. Perché non è da tutti”.  E lei ammette di sentirsi smarrita alle Vallette, “un luogo che sembra un non luogo”. A scandire il loro racconto, la lettura di alcune storie allegoriche  e i gli haiku scritti a pennarello sui cartelloni attaccati sulla bacheca. Così, quando Francesco parla della fredda e meticolosa preparazione di ogni ‘azione’, alle sue spalle spunta un nuovo cartello: “La rivoluzione non è uno scherzo, non è un gioco. È un attimo di lucidità”- E quando Anna ricorda gli occhi di quel rapinatore, “spaventati come se non sapesse  bene cosa fare” dietro di lei appare: “luna d’inverno, sguardi impauriti, di chi subisce, di chi aggredisce”. (ams)

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