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Fofi: "Don Albanesi ha attraversato la storia del welfare''

Presentata al Salone dell’editoria sociale l’autobiografia di don Albanesi. Il critico: “Oggi i diritti messi a rischio dalla nuova economia". E sulla comunicazione: "Questa stupenda parola è stata snaturata e trasformata in pubblicità”

31 ottobre 2013

ROMA – “Don Vinicio ha attraversato la storia del welfare, soprattutto della conquista di diritti primari, oggi messi a rischio dalla nuova economia. E ancora si illude che sia possibile un diverso modo di comunicazione. Oggi questa stupenda parola, comunicazione, è stata snaturata e trasformata in pubblicità”. Lo ha sottolineato Goffredo Fofi, critico letterario, presentando oggi al Salone dell’editoria sociale – presso Porta Futuro, a Testaccio – l’autobiografia di don Vinicio Albanesi, dal titolo “La finestra sulla strada”, edito da Ancora.

Fofi ha definito “asciutto” lo stile con cui è stato scritto il libro, “lo stile di un antico cronista del Trecento e Quattrocento fiorentino, che doveva raccontare cos’era un’epoca, ciò che nella chiacchiera dominante di oggi abbiamo dimenticato”. Inoltre il critico ha evidenziato “l’autoironia rarissima dell’autore: sono pochi coloro che sanno qual è la propria pochezza, che sanno prendersi in giro. Don Vinicio ha uno humour con la giusta distanza e vicinanza”.

“Nei seminari ho respirato un clima di imposizione e anche di violenza. Ma a vent’anni ho deciso, più che di essere prete, di diventare prete”, ha confidato don Albanesi. Due i contraccolpi registrati dal sacerdote negli anni Sessanta: fare il viceparroco e l’assistente dei giovani universitari. “In realtà sono stati loro a fare da assistente a me, che avevo tre o quattro anni più di loro. Eccetto l’omicidio, ho confessato di tutto”, racconta.

Don Vinicio ha conosciuto l’ex abate Giovanni Franzoni, i cui scritti “sono ancora di grande attualità”. I preti operai, secondo Albanesi, “sono morti prematuramente e non hanno lasciato grandi tracce”. Tornato nelle Marche, per il sacerdote è cominciata “la grande sfida del welfare: i disabili viaggiavano nei carri merci insieme alla posta. Al mare ci dicevano che i clienti non gradivano vedere le gambe storte dei poliomelitici. La Comunità di Capodarco – chiamata anche da qualcuno ‘comunità degli spastici’ - faceva eco, ma nella concezione iniziale veniva ritenuta un luogo dove abitavano i figli dei fiori”. Poi don Vinicio ricorda “la battaglia per i disabili mentali: la gente o li scaricava, come fa adesso, o li teneva chiusi a casa. Erano scarti, vuoti a perdere”.

Negli anni Ottanta don Albanesi conosce don Luigi Ciotti, don Andrea Gallo e con loro il sorgere delle prime comunità per tossicodipendenti, immigrati. Prende contatti con i politici e con il mondo dell’informazione, “ma mi sono accorto che era un mondo fasullo. Dopo un’intervista sulla legge Bossi-Fini, ho capito che dovevo essere una pedina precisa nel mondo che loro avevano costituito. E ho chiuso”. Negli anni Novanta per don Vinicio si apre “un orizzonte internazionale. Quando parla papa Bergoglio, lo sento come una musica, perché conosco l’approccio dei vescovi latinoamericani”. (lab)

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