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Nelson Mandela, uno sguardo oltre il mito

Il leader sudafricano lascia un Paese dove gran parte dei neri vive ancora in povertà. In passato è stato accusato di aver tradito la loro causa. Un servizio della rivista Popoli

06 dicembre 2013

boxROMA – Nelson Mandela, protagonista della fine dell’apartheid e primo presidente nero del Sudafrica. La sua figura si mischia con il mito: un’ammirazione che rischia di far passare in secondo piano i contorni controversi della sua vita e della sua personalità trasformandolo in un’icona intoccabile. Nel suo Paese, se sulla carta si è raggiunta una sostanziale parità di diritti, permane una forte disuguaglianza economica tra neri e bianchi. In passato si sono levate voci di tradimento della causa nera. Sotto accusa è la strategia adottata da Mandela, pragmatica, vincente, ma che ha portato ad una transizione incompleta: ottenere il riconoscimento dei diritti dei neri senza intaccare gli interressi dei bianchi. Un servizio di alcuni mesi fa della rivista Popoli, a firma Morare Matsepane SJ, cerca di guardare al di là del mito per portare alla luce le contraddizione della figura di Mandela e dell’attuale situazione sudafricana.

Spesso descritto come un pacifista, si legge nell’articolo di Matsepane, in realtà Mandela, da giovane ha sostenuto la lotta armata. La scelta della non violenza e del “compromesso” pacifico sembra sia stata dettata da una strategia più che da un ferreo convincimento. Un risultato positivo, visto che il Sudafrica è stato l’unico stato dell’Africa australe a superare il colonialismo senza spargimento di sangue. Ma anche un venire a patti con il potere economico che secondo alcuni è la prima causa di una mancata integrazione degli autoctoni. Mandela è stato attaccato per non aver saputo sostenere gli interressi dei neri durante le trattative con il governo dell’apartheid; per aver ottenuto una Costituzione che rendeva impossibile realizzare le aspirazione degli autoctoni, per non aver rivendicato la redistribuzione delle terre ancora in gran parte in mano ai bianchi. Opinioni che possono essere liquidate come attacchi politici. Ma in realtà pare, si legge nel servizio, condivise da molti sudafricani che per rispetto non le manifestano pubblicamente. Il malcontento per la verità è rivolto più all’African national congress (Anc), il partito di Mandela, che a Mandela stesso.

Il processo di integrazione è avanzato con difficoltà e non senza episodi violenti: come il massacro dei 34 dipendenti della miniera di Markana del 31 agosto 2012 e il successivo assassinio del sindacalista Mawethu Khululekile. Lo strumento ideato dall’Anc per rivendicare il potere economico, il Broad-Based Balck Economic Empowerment che indica la quota di neri da includere nei vertici delle aziende, per il momento si è rivelato inadeguato. Entro il 1999 il 30% delle proprietà terriere doveva passare agli autoctoni ma il processo è stato molto più lento. Nel 2007 solo il 7% era in mano a neri. Così il termine del 30% è stato spostato al 2014.

Le contraddizioni del Sudafrica sono evidenti. Negli slum, alle baracche si stanno affiancando le ville. Il Pil è in forte crescita ma la speranza di vita è scesa di undici anni (nel 1994 era di 61 anni, nel 2012 di 50) segno di fortissimi dislivelli sociali. Si sta affermando anche un apartheid al contrario. Una nota catena di supermercati non assume i bianchi…

Mandela “l’icona, il mito, il gigante, lo statista” oscura completamente il Mandela che è stato capo di un popolo che vive ancora in povertà 19 anni dopo la fine dell’apartheid. “L’uomo magnanimo e padre della nazione – continua l’articolo - oscura il Mandela padre che non ha mai allevato nessuno dei suoi molti figli e si è sposato tre volte, abbandonando le tre mogli. Il grande difensore dei valori democratici oscura il principe di una famiglia reale, quella dei thembu, che appoggiava il potere antidemocratico dei capi tradizionali”. Ma ciò non significa che non sia stato un grande uomo. Significa semplicemente che Mandela, come molti altri grandi della storia, è stata una persona piena di difetti. Quello che fatto di lui un grande uomo “è l’essere riuscito a esprimere ciò che è giusto e buono, malgrado i suoi limiti”.

Leggi il servizio completo su Popoli

 

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