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Giovani senza valori e senza futuro? No, sono solo l’alibi di adulti in crisi

Il mondo dei grandi da una parte si dice preoccupato, dall’altra isola i ragazzi e ne frustra creatività e voglia di rischiare. In “La congiura contro i giovani”, Stefano Laffi capovolge la tradizionale lettura colpevolizzante del disagio giovanile e denuncia le cause che l’hanno prodotto

29 gennaio 2014

MILANO - I giovani senza lavoro, i giovani senza ambizioni, i giovani senza valori, i giovani senza futuro. Sono davvero così le giovani generazioni? Stefano Laffi, ricercatore sociale ed esperto in culture giovanili, pensa di no e con “La congiura contro i giovani” da pochi giorni in libreria per Feltrinelli intende spostare il fuoco dell’analisi da come sono e come stanno i giovani a come sono e come stanno gli adulti, riflettendo sul mondo che hanno creato per i loro figli. 

Da tempo, sostiene Laffi, è in corso un attacco feroce nei confronti dei giovani, che però nasconde ipocrisia e umiliazione nei loro confronti. Da una parte, gli adulti si dicono preoccupati per i giovani che non hanno futuro nel lavoro, nella società e che non possono avere speranze di rendersi autonomi al fine di trovare una propria strada; dall’altra li si isola, li si protegge, per confinarli fuori dall’universo del lavoro, senza nessuna concessione, frustrandone creatività e voglia di rischiare con l’indifferenza e la solitudine.
I giovani – secondo l’autore – sono l’alibi di adulti in crisi, disorientati di fronte alla perdita di controllo del mondo circostante, increduli agli affetti di una società sempre più “consumista”. Del resto, già in un suo testo precedente “Il furto: mercificazione dell’età giovanile” (Edizioni L’ancora, 2000) Laffi incentrava la sua riflessione su una società che per i suoi giovani aveva deciso un unico destino: quello di consumare. “Il loro tempo – scriveva – è stato letteralmente svenduto per consentire al mercato di smaltire un’iperproduzione di beni e servizi che le altre generazioni non hanno più il tempo (gli adulti) o l’abitudine (gli anziani) di acquistare. E’ in questo contesto che vediamo i giovani sempre più “parcheggiati” in infiniti anni di studi, chiusi nelle classi, con difficoltà a elaborare un progetto di lavoro o di famiglia, e ai quali non resta che la simulazione della vita: si naviga senza viaggiare, si gioca a pallone con un computer, si dialoga senza mai incontrarsi e intanto si brucia l’età che avrebbe una missione precisa: la scoperta della propria identità e del proprio talento”. 
Scorrendo le pagine di questa ultima pubblicazione, è piuttosto evidente la responsabilità della profonda crisi dei giovani che l’autore assegna agli adulti. “Tutto lo spazio che li circonda è saturo, è impermeabile ad esigenze di gioco ed espressività, è popolato e normato da adulti che non cedono il passo alle nuove generazioni.” Le città stesse – prosegue Laffi – non li prevedono, parlano a bambini e ragazzi solo in termini di divieti e regole, il paradosso è che solo le affissioni pubblicitarie li evocano per sedurli ancora una volta”. I bambini e i ragazzi non sono ammessi in nessuna discussione, in nessuna decisione pubblica sono coinvolti. L’adulto non vuole cedere nessuna posizione. Ecco dunque di chi è la responsabilità e di chi non accetta di cambiare. “Eppure questa è un’epoca di cambiamenti – tutto sta mutando, come leggiamo, come scriviamo, come nasce un’amicizia e un amore, come studiamo e come viaggiamo – di cui gli interpreti migliori sono proprio quelli che si vorrebbero escludere”.
Sull’immobilismo delle generazioni adulte verte la critica più forte dell’autore: a cominciare da quando un bambino viene messo alla luce, sommerso sin da subito da attese e norme di riferimento che non hanno confronti, ai progressi evolutivi che non sono altro che orgoglio per i genitori, e poi performance scolastiche o di desideri indotti dal mercato fin dai primi anni di vita. Sono così addestrati a rispondere a delle norme che sono altro da sé. Per continuare verso il periodo dell’adolescenza, che è sempre visto come periodo problematico, a rischio, trasgressivo, e la sua fame di esperienza vista con sospetto oppure inibita al contrario dei loro corpi, rubati dal mercato, per farne uso di consumo.
Infine, si arriva al periodo dell’“umiliazione” dei giovani, nei colloqui di lavoro, nella considerazione di cosa hanno studiato, nella gratuità di tutto quello che dovrebbero fare, nelle mansioni loro affidate, negli abusi di potere che devono subire.
Dalla critica a questo immobilismo di fondo, a questa società sterile, Laffi approda verso quella che ritiene l’unica soluzione possibile: “è necessario che gli adulti incomincino ad imparare dai più giovani, incomincino a dialogare con loro, incomincino ad ascoltarli e ad affidarsi a loro per scoprire e sperimentare. Del resto anche nel volontariato è normale che un ragazzo insegni a un cinquantenne appena arrivato.”
Non si tratta pertanto di inventarsi i problemi – incalza Laffi – “le città sono piene di luoghi e persone di cui prendersi cura insieme, anche fra generazioni diverse, sono i giovani a chiederlo, perché si formi l’abitudine a collaborare insieme, nello spazio pubblico, per sentirsi vicini un po’ complici, per vivere finalmente insieme l’emozione di presenti alternativi possibili, contro la retorica della crisi, dell’impotenza del sistema. E si deve essere capaci di riabilitare lo scambio emotivo, la condivisione di idee, la confidenza di debolezze e paure, per trasmettere ai più giovani la certezza di sentirsi parti di uno stesso destino”. (sp)



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Tag: Stefano Laffi, Adolescenza, Lavoro atipico

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