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Anche gli spaccavetrine hanno un cuore: il primo atlante dei centri sociali

Dalla vocazione culturale/giovanile alla produzione di servizi “dal basso”. Nel libro a fumetti di Claudio Calia la mappa di un fenomeno “per cui siamo studiati nel mondo”, mentre per i giornali italiani siamo ancora al ‘tagliatevi i capelli’”

13 febbraio 2014

La copertina del libro
Atlante dei centri sociali - copertina

BOLOGNA - La prima volta che ha sentito parlare di centri sociali era il 1993. Aveva 14 anni e alla tv passavano la pubblicità di un album musicale di un gruppo napoletano, “Curre curre guagliò” dei 99 Posse. Poi ci sono state le manifestazioni, le occupazioni a scuola, i concerti, le assemblee. Da allora sono passati 20 anni, ma Claudio Calia, fumettista di Treviso, da quel “mondo” non s’è più allontanato. Anzi, “ci sono cresciuto dentro e ancora oggi partecipo quando e come posso”, racconta.
Alcune delle esperienze che ha conosciuto e attraversato in questi anni sono raccontate in “Piccolo atlante storico geografico dei centri sociali italiani” (Becco Giallo), un viaggio a fumetti attraverso gli spazi autogestiti italiani in cui le decisioni si prendono “velocemente” ma “sempre insieme” e che qualcuno chiama con un termine strano, “famiglia”. Il libro esce oggi in libreria. 

Dalla scoperta del primo centro sociale, in provincia di Treviso negli anni Novanta, sono passati vent’anni, che cos’è cambiato da allora?
In un’Italia che è rimasta sostanzialmente la stessa, anche se forse più imbarbarita, è cambiato il mondo. E così anche la vocazione dei centri sociali che da quella prevalentemente culturale e giovanile degli anni Novanta, oggi in tempo di migrazioni di massa e crisi economica, è più indirizzata verso l’organizzazione di servizi “dal basso”: dalle scuole di italiano per migranti alle palestre popolari, dagli sportelli di lotta per la casa alle mense a poco prezzo.

Piccolo atlante dei centri sociali (pagina 45)
Atlante Centri Sociali interni_STAMPA_pagina 45.jpg

Quale ruolo hanno i centri sociali nel panorama politico italiano? E nella produzione culturale?
In un Paese come il nostro in cui le battaglie per i diritti civili o per l’acqua pubblica o il contrasto alla guerra rischiano di essere lasciate agli studi televisivi e in cui si vorrebbe una società sempre più asettica e impotente, penso ‘menomale che c’è qualcuno che tiene aperta un’altra opzione, quella secondo cui le persone insieme possono cambiare il corso delle cose’. E poi c’è l’attività permanente di servizi dal basso che aiuta a resistere allo smantellamento dello stato sociale, che combatte il disagio, la povertà: dall’assistenza ai migranti per ottenere il permesso di soggiorno alle occupazioni di case, dalle sale prove autogestite agli skatepark e ai cineforum, tutte cose fondamentali per una vita degna ma che pare non sia responsabilità di nessuno pensare di attivare sul territorio. E, anche se negli anni, questo ha provocato un rapporto diverso con la produzione culturale, i centri sociali sono comunque uno spazio essenziale per la diffusione di cultura nel nostro Paese. Basta pensare a quante presentazioni di libri in meno avremmo se non esistessero, per non parlare del teatro, dei concerti, delle mostre.

Piccolo atlante dei centri sociali (pagina 119)
Atlante Centri Sociali interni_STAMPA_pagina 119

A un certo punto, nel libro, dici che troppo spesso si parla di centri sociali solo in occasione di intemperanze, senza avere una visione complessiva di queste realtà. Come se ne esce?
Sono convinto che il territorio “sa”. Nella maggior parte dei casi, quando un’occupazione si consolida in un quartiere, non gli è aliena. Questa è una dinamica più profonda, attenzione, di una visione “elettorale”, non è che uno che vota a destra si trova il centro sociale sotto casa e cambia idea. Ma la conoscenza aiuta a dare le giuste proporzioni alle cose. Questo ovviamente generalizzando tra mille sfumature possibili. Per cui direi che più che “come se ne esce?”, dando a una buona cartella stampa il compito di rappresentarsi attraverso i media per farsi conoscere alla gente, sia importante lavorare sul “come si continua?” a consolidare rapporti tra persone a partire dai territori. La “buona stampa” arriverà.

Nel libro inviti il lettore a seguirti in un viaggio in cui capirà che “anche gli spaccavetrine hanno un cuore”. Pensi che lo possa capire anche chi è “fuori dai centri sociali”?
L’ho fatto apposta per loro.

Spesso si accostano i centri sociali alle occupazioni, mentre secondo te  la parola chiave per riconoscerli è un’altra, autogestione. Cosa significa potersi sperimentare in questa forma di democrazia per la crescita personale?
Per me è molto semplice. Trovarsi da giovani a chiedersi “e mo’ come lo tiro su un impianto elettrico per sabato?”, costretti da un obiettivo comune a risolvere il problema, scegliere il prezzo del biglietto di entrata per una serata, litigare perché al bar quella bibita non ci deve stare. E poi darsi obiettivi sempre più grandi e perseguirli, dallo streaming audio delle iniziative al canale tv satellitare. L’autogestione costringe a fare delle scelte, spesso velocemente e sempre insieme. E già acquisire consapevolezza che “nessuno è un’isola” e che il successo o la sconfitta dipendono dalla nostra capacità di cooperare, aiuta a vedere il mondo con occhi diversi dal solito.

Zerocalcare nella prefazione a fumetti di “Piccolo atlante storico e geografico dei centri sociali italiani” usa la parola “famiglia” per descrivere quello che ha trovato dentro il libro. Per te cosa rappresentano?
In questi spazi ho stretto i rapporti più solidi della mia vita. Sono la mia comunità.

Autoritratto dell'autore Claudio Calia
Atlante dei centri sociali - Immagine

Perché hai deciso di fare questo libro?
Uno dei motivi più di pancia per cui ho scelto di farlo è la profonda delusione nell’umanità che provo ogni volta che leggo i commenti sui siti dei quotidiani sugli articoli che raccontano un qualsiasi fatto in cui è coinvolto un centro sociale. Un’esperienza per cui siamo studiati nel mondo, comunque viva, presente da decine di anni, e siamo ancora al “tagliatevi i capelli”. È sconfortante. Certo gli articoli che vengono commentati, spesso, non aiutano. E allora l’idea è stata quella di “dare voce” ai centri sociali, ospitandoli in uno spazio diverso dal solito dove parlare di sé agli altri, dove raccontarsi. Tutto nasce poi da spunti più formali che di contenuto, dall’idea di una “mappa a fumetti” che solo dopo è diventata una “mappa dei centri sociali a fumetti”.

E a quale ipotetico lettore pensavi mentre lo disegnavi?
Credo sia godibile anche da punti di vista molto differenti. Dalla mia comunità che si riconoscerà nel fumetto al curioso padre di famiglia che vuole capire dove va quello sbandato di suo figlio il sabato sera. E tutte le sfumature comprese in quella forbice, direi. (lp)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Claudio Calia, Centri sociali

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