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8 storie per l’8 marzo. Vietato rassegnarsi: vite di donne controcorrente

Dall’architetta sorda che progetta case per chi non sente, alla stilista che disegna abiti per disabili, passando per la badante che torna in Ucraina per la rivoluzione e la ragazza disabile che mette in rete i problemi delle ferrovie. Otto storie di chi tenta di cambiare la società

08 marzo 2014

box ROMA - Otto storie, otto vicende di donne che non si rassegnano e che hanno scelto di "fare". In occasione dell’8 marzo, abbiamo deciso di riproporvi otto storie di ragazze, professioniste, immigrate, disabili che con caparbietà e talento hanno deciso di realizzare qualcosa di importante, ciascuna nel proprio ambito. Attività che, partendo da esigenze personali, sono arrivate ad essere di supporto agli altri o, in alcuni casi, di vera e propria denuncia. Eccole.

Architetta sorda. Consuelo Agnesi

L’architetta sorda che progetta case sicure anche per chi non sente. “Ascoltare con gli occhi”: è questo il primo passo per progettare ambienti accessibili a chi non sente. L’architetto Consuelo Agnesi conosce, per esperienza personale, le difficoltà e gli ostacoli incontrati dai sordi. “Noi sordi utilizziamo la vista come canale principale – afferma -. Ogni spazio deve essere ripensato, ridefinito”.  Di difficoltà quotidiane ne incontra ancora tante. “Per ogni cosa però c'è una soluzione – afferma - e ci vuole tempo. Io sono diventata architetto ‘sociale’, consulente e professionista per l'accessibilità proprio per questo motivo: perché ho deciso di diventare più forte di coloro che costruiscono barriere e per trovare ogni giorno soluzioni alternative e creative per migliorare il nostro mondo”. 

Bianca, cheerleader in carrozzina. Con un sogno: vincere il campionato. Divisa d’ordinanza: completino a spicchi bianco e azzurro, fiocco in testa e pon pon in coordinato, sorriso stampato in faccia e corde vocali caldissime. È così che scendono in campo le Cheerleader dei Warriors Bologna, squadra di Football americano di serie A. Tra le ragazze, alte e atletiche, tutte in short e minigonne, anche Bianca, ventitreenne bolognese con una rara forma di disautonomia familiare. Centro delle coreografie delle compagne, partecipa seduta su una sedia a ruote. “La mia filosofia è: non giudicare mai. E se hai una testa, usala: perché, in qualsiasi condizione tu ti possa trovare, sei uguale a tutti gli altri”.

Badante ucraina negli scontri a Kiev

“Io, badante ucraina, in prima linea negli scontri di Kiev”. Ieri badante, oggi rivoluzionaria. Mariya Muts ha lasciato tutto, ha lasciato la certezza del suo lavoro in Italia per unirsi alle proteste che hanno sconvolto il suo Paese, l’Ucraina. E’ partita a novembre da Firenze, dove ha lavorato per 13 anni come assistenza domestica agli anziani. Direzione Kiev, in prima linea giorno e notte al fianco dei manifestanti per cambiare il Governo. Ha vissuto in Maidan Nezalezhnosti, piazza dell’indipendenza. Ha mangiato e dormito nei palazzi occupati dai manifestanti, ministeri e sale congressi. Ha grinta da vendere, quella grinta che forse nasce dagli anni di sacrifici al fianco dei nostri anziani. E’ consapevole che questi giorni possono cambiare per sempre il suo Paese: “C’è bisogno del popolo, è il momento di cambiare la storia e non possiamo stare a guardare”.

Figlio autistico e lavoro a due ore da casa. Marina Vitone, insegnante pugliese, ha scelto di vivere a Casarano, dove ha trovato un centro diurno per il figlio. Ma lavora a Taranto, che dista 150 chilometri. Ha chiesto il trasferimento, ma non l'ha ottenuto. A nulla è servito l’appello al presidente Napolitano e all’ex ministro Carrozza. Allora ha aperto un diario su Facebook, per raccontare ogni giorno il suo calvario: una forma di protesta silenziosa, “in attesa che mi venga qualche altra idea”. “Scrivo quello che vivo – racconta - tutti i tragitti che faccio e gli ostacoli che incontro. Perché lo faccio? Perché non so più cosa fare. Ma anche perché spero che qualcuno raccolga il mio appello, dopo aver compreso la situazione”.

La stilista che disegna abiti glamour facili da indossare per le donne disabili. Marion Pautrot, stilista francese di 29 anni, ha deciso di creare una marca di pret-a-porter femminile e giovane che coniuga comodità e stile: "Endy & co". L'idea è nata dalla sua esperienza personale: suo fratello è disabile. “Sfioro la realtà dell’handicap da quando sono molto piccola per via di mio fratello, nato prematuramente – racconta -. Nel quotidiano e incontrando i suoi amici, ho potuto constatare quanto non fosse scontato per tutti infilare o togliersi un abito, che molti devono scegliere tra la comodità e il look e che non c’erano molte alternative per valorizzarsi. Ho voluto fare la differenza”.

Viviane e sua madre Maria
Viviane e Maria

Dalla strada alla gloria, il miracolo di Viviane. La disabile congolese, abbandonata a 10 anni dai genitori dopo che un incidente l’ha ridotta in carrozzina, ha rischiato di morire nelle baraccopoli di Kinshasa. Fino a quando, già adulta, è stata adottata da un’infermiera fiorentina. Oggi con la sua mamma adottiva dirige una fondazione che, oltre a dare lavoro a 22 persone, gestisce un centro di riabilitazione e un orfanotrofio in Congo dove negli ultimi anni sono stati assistiti quasi mille bambini disabili. Viviane non dimentica mai le sue origini e incrementa giorno per giorno il lavoro dell’associazione per i bambini congolesi. “La mia vita è un miracolo”, sottolinea.

"Va a Lodi? Scenda a Milano". Il video-diario di una viaggiatrice disabile. La sua indignazione, Chiara la affida alla rete, in particolare a YouTube, dove da tre anni esatti alimenta un suo canale, che sta diventando un vero e proprio diario.“Sono disabile – spiega - mi muovo su una sedia a ruote e ritengo di avere tutto il diritto di vivere una vita piena e soddisfacente, in completa autonomia esattamente come tutte le altre persone. Sono stanca, veramente stanca di dover sempre seguire regole e abbassare la testa sperando in un cambiamento”. Sono 2.500 gli iscritti al canale YouTube dove Chiara carica i suo racconti filmati. 

Chadida, arbitro col velo

Chadida, è cremonese il primo arbitro donna con il velo in Italia. Sedicenne di origini marocchine, Chadida ha coronato il suo sogno: diventare un arbitro di calcio. L’esordio il 16 febbraio a Pizzighettone, categoria Giovanissimi. La madre, in Marocco, era una giocatrice di calcio. Facile capire da chi la giovane abbia ereditato l’amore per questo sport. La mamma, però, non voleva che la figlia seguisse le sue orme. Così, da un compromesso, è nata l’idea di diventare arbitro. Gian Mario Marinoni, presidente Aia sezione Cremona: “Il suo è un messaggio di speranza contro il dilagante razzismo negli stadi”. (daiac)

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Tag: 8 marzo

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