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Da migrante recluso a direttore del Cie: la carriera del singalese Rohan Lalinda

Nel 2000 arrivò dallo Sri Lanka via Egitto e fu rinchiuso perché irregolare nel Cpt di Trapani: ora è il nuovo capo del Cie di Bari, una struttura che rinchiude altri stranieri senza permesso in attesa del rimpatrio. “Non decidiamo noi la legge”

08 aprile 2014

Rohan Lalinda
Rohan Lalinda

BARI – Un ex trattenuto del Cpt è il nuovo direttore del Centro di identificazione e di espulsione di Bari. Rohan Lalinda è un cittadino dello Sri Lanka. Sa cosa vuol dire essere rinchiuso dietro le sbarre di quella che formalmente non è una prigione. “Era un centro come questo – dice – solo che allora si chiamavano Cpt, è cambiato il nome”. Lo racconta nel corridoio del Cie di Bari. Non più da trattenuto. Oggi dirige il centro di detenzione amministrativa del capoluogo pugliese, una struttura sotto processo. Secondo l’avvocato Luigi Paccione, che al momento è anche uno dei candidati alla carica di sindaco, è un “carcere extra ordinem” e per questo con il collega Alessio Carlucci e l’associazione Class Action procedimentale, ha portato il ministero dell’Interno in tribunale, in un processo per la chiusura del Cie di cui questa mattina si è svolta l’ennesima udienza.

Con 27 euro e 90 centesimi a persona al giorno, la tariffa più bassa praticata in questo momento nei Cie italiani, Lalinda gestisce una struttura che di fatto reclude 80 persone, chiamate “ospiti”, di varie nazionalità: georgiani (la maggioranza), tunisini, algerini, bengalesi. Ma anche qualcuno dello Sri Lanka. “È capitato a un mio compaesano, dopo 10 anni di lavoro regolare l’ha perso, ha avuto sei mesi per trovarne un altro, non l’ha trovato ed è finito qua”, racconta Lalinda. box

L’unica colpa è essere migranti che hanno rischiato la vita per raggiungere l’Europa. Come è successo nel 2000 allo stesso Lalinda, arrivato in Italia da irregolare su una barca che ha fatto la traversata del Mediterraneo. Dall’Egitto a Catania. “Quando sono arrivato clandestinamente mi hanno portato in un Cpt, il Serraino Vulpitta di Trapani – ricorda il direttore del Cie di Bari – lì ci hanno trattato molto umanamente, purtroppo questa è la legge ed è anche peggiorata, quando io ero ospite del cpt il trattenimento era di 60 giorni, ora arriva a 18 mesi”. Il Cpt Serraino Vupitta era gestito da una cooperativa dello stesso consorzio che oggi ha l’appalto del Cie di Bari, i trapanesi di Connecting people. “Dopo due anni e mezzo sono entrato a lavorare sempre in quel centro come amministrativo, poi piano piano sono diventato direttore di un altro centro, il Cara di Brindisi, infine sono stato trasferito qua”. Lalinda è formalmente direttore del Cie da novembre scorso. “Loro, gli ospiti, l’unica cosa che chiedono è la libertà”, spiega.

Sul corridoio si aprono finestre con le sbarre che danno sui cortili, circondati da sbarre, dietro cui c’è un’ulteriore barriera trasparente e liscia antisfondamento e per finire un alto muro di cinta. Le finestre si alternano a pesanti porte blindate con delle feritoie quadrate da cui spuntano le mani e gli occhi dei “trattenuti” rinchiusi a chiave. Quelli sono i “moduli abitativi” in cui si trovano le celle. Sdraiato a terra in uno dei moduli c’è un giovane che dice di essere in sciopero della fame da giorni.

“Sciopero della fame è una parola grossa – ribatte Lalinda - qualcuno lo fa, magari perché ci sono papà che hanno lasciato i figli fuori di qui, ma negli altri casi non è vero che non mangiano niente. Non accettano il pasto che gli consegniamo, ma hanno i loro soldi e comprano a parte quello che vogliono, ordinando con il servizio spesa che facciamo. Noi comunque non decidiamo la legge, la legge è quella che esiste e che conoscete”. (Raffaella Cosentino) 

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Connecting people, Migranti irregolari, Cie

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