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“Semi di libertà”, per contrastare la recidiva arriva la birra made in carcere

Il progetto nato dall’idea di Paolo Strano, coinvolge ministero della Giustizia, Miur e diversi mastri birrai italiani. Nove i detenuti che parteciperanno, di età compresa tra 20 e 30 anni: “Vogliamo puntare sui più giovani, perché sia per loro una seconda vita quella che li aspetta d’ora in poi”

15 aprile 2014

ROMA - “Chi esce senza misure alternative torna in galera sette volte su dieci. Chi ha imparato un lavoro due su cento”. Il senso e il valore del progetto Semi di libertà è tutto racchiuso in questa frase che troneggia nella testata del sito internet dell’associazione che l’ha ideato. Un obiettivo, quello del reinserimento lavorativo e sociale dei detenuti, che è anche una sfida di qualità e che punta tutto su una tendenza in ascesa: quello di produrre birra artigianale. L’idea è di Paolo Strano, fisioterapista di professione, ma birraio per passione, che nel 2010 dopo aver messo per la prima volta piede in un carcere ha deciso di fare qualcosa per permettere alle persone incontrate a Regina Coeli di avere una seconda chance. E così a marzo è partito il progetto che coinvolge ministero della Giustizia e Miur e che permetterà a 9 detenuti di iniziare la produzione di tre nuove birre, all’interno dell’Istituto agrario Sereni di Roma, con la collaborazione dei migliori mastri birrai italiani. Un’iniziativa che prevede anche corsi di legalità nelle scuole: i detenuti racconteranno agli studenti la loro storia personale come esempio di contrasto alla criminalità.

Lo staff di Semi(di)Libertà ed i detenuti con Agostino Arioli
Lo staff di Semi(di)Libertà ed i detenuti con Agostino Arioli di Birrificio Italiano

“E’ nato tutto per caso – racconta Strano -. Qualche anno fa sono stato mandato dalla Asl a lavorare nel carcere, perché era difficile trasportare fuori i ragazzi che avevano bisogno di cure. Così iniziai a fare fisioterapia lì. Incontravo queste persone in una stanza e mi confrontavo con loro senza la mediazione delle guardie. Alla fine fu inevitabile instaurare un rapporto, che era fondato sul rispetto reciproco. Ho capito che al di là dei cosiddetti delinquenti abituali ci sono persone che commettono reati perché dalla vita non hanno avuto nessuna opportunità. E così da questa esperienza, umanamente la più formativa e al tempo stesso la più violenta della mia vita, ho deciso di andare oltre e dare una chance a chi stava scontando una pena”.

boxL’idea di Strano è di puntare su uno dei pochi campi in espansione e di tendenza in questo momento in Italia: quello della birra artigianale.  E dopo un viaggio in Belgio e aver preso contatti con alcuni dei più noti mastri birrai nazionali, decide di presentare un progetto di reinserimento lavorativo al ministero della Giustizia, ma è solo a fine 2012 che arriva la svolta, dopo la firma di un protocollo tra lo stesso ministero e il Miur per la formazione professionale dei detenuti. “La battaglia contro la burocrazia ministeriale è stata dura ma ero molto determinato – aggiunge – e così grazie anche all’aiuto della sezione integrazione del ministero dell’Istruzione siamo riusciti a partire solo a marzo 2014”. Il progetto coinvolgerà nove persone in tutto, che a gruppi di tre inizieranno prima una formazione teorica, con tirocinio nei birrifici italiani più importanti, e poi una parte pratica con la produzione vera  e propria di tre birre cosiddette residenti (cioè la cui produzione sarà fissa): una saison prodotta da Paolo Mazzola con le materie prime coltivate dagli studenti dell’Istituto agrario e che si chiamerà “A piede libero”; una golden ale e una american pale ale, prodotte con la collaborazione del mastro birraio di Stavio, Marco Meneghin. Altri importanti birrai daranno il loro apporto al progetto con la produzione di birre one shot, in edizione limitata, e prodotte dai detenuti insieme ai ragazzi della scuola. Il birrificio artigianale si chiamerà “Vale la pena”, e all’interno nasceranno anche laboratori di integrazione che coinvolgeranno gli studenti per scegliere i nomi da dare ai prodotti e gli slogan della campagna di comunicazione ma anche per riflettere sull’esperienza di reinserimento.

“I nove detenuti che partecipano al progetto sono quasi tutti giovani, di età compresa tra i 20 e i 30 anni – spiega ancora Strano – L’idea è proprio quella di insegnargli un mestiere, da spendere una volta usciti dal carcere. C’è anche una persona di 54 anni ma vogliamo innanzitutto puntare sui più giovani, proprio perché sia per loro una seconda vita quella che li aspetta d’ora in poi”. I ragazzi scelti provengono dal reparto semiliberi, a basso controllo,  del carcere di Rebibbia.  Tra i birrifici che hanno aderito al progetto c’è Eataly ( che venderà anche le birre prodotte),  Birra da mare di Fiumicio, Turan di Bagnaia, Freelions di Tuscania e Aurelio di Ladispoli. (ec)

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