Siria: donne, anziani e bambini in fuga da una guerra dimenticata

Reportage da un esodo contemporaneo. Il conflitto siriano ha costretto 2,5 milioni di persone a lasciare le proprie case e a spostarsi, prima all'interno del paese, e poi a superare il confine. 600 mila sono confluite nel campo di Zaatari dove opera anche la cooperazione italiana

19 aprile 2014

Foto di Annalisa Vandelli
profughi siriani

ORMAI DA TRE ANNI in Siria si combatte un conflitto che vede contrapposte forze governative a esercito di liberazione, sciiti contro sunniti.  Con l'inasprirsi degli scontri si è rafforzata anche la componente estremista delle parti in gioco. Si tratta di una guerra "civile", ma che per la posizione strategica della Siria ha coinvolto altri paesi a sostegno chi dei ribelli (come per esempio Turchia, Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Arabia Saudita) e chi dei governativi (Russia, Cina, Iran). La guerra ha assunto proporzioni devastanti, tanto da costringere all'esodo una grande quantità di popolazione, costretta a lasciare le proprie case e a spostarsi, prima all'interno del paese, e poi oltre il confine. Il numero di profughi che hanno abbandonato la Siria ammonta a circa 2,5 milioni di persone. Seicentomila di questi hanno varcato il confine con la Giordania, confluendo nel campo profughi di Zaatari e nelle comunità locali. La Cooperazione Italiana ha donato l'ospedale da campo che ha già prestato cure a 120mila persone. Si tratta di una delle emergenze umanitarie più devastanti del nostro secolo. La giornalista Annalisa Vandelli racconta questo esodo contemporaneo, in un reportage dal titolo "Chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro", e in un servizio fotografico. La videomaker Marcella Menozzi e' l'autrice di un documentario sull'emergenza delle popolazioni siriane.

"Chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro" - Sono le 22.30 a Raba'a al-Sarhan in Giordania. Il confine con la Siria è a una manciata di chilometri. Fa freddo. Il vento del deserto trapassa le giacche e la pelle. Il buio è così nero da dar spazio solo a qualche puntino di luce, in cielo. Valichiamo il cancello e il filo spinato del centro gestito da Iom (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni). Un gruppo di uomini scompigliati dal vento ci aspetta. Ci offrono un te caldo. Ci studiamo a vicenda con chiacchiere di circostanza.  A capo dello Iom c’è un italiano, Davide Terzi. Prima di questo incarico ha gestito anche la precedente migrazione irachena. Un’altra storia. “Arriveranno stasera? Quanti ne entreranno?”. La guerra è poco più in là, in quella direzione: ci indica qualcuno. La gente scappa. È di ieri la notizia di un attacco chimico, sono ormai quotidiani i racconti di atrocità anche all’arma bianca, di civili massacrati casa per casa, di cecchini che provano la mira sulle loro ginocchia, sulle pance delle donne incinte… I flussi di feriti che arrivano all’ospedale raccontano anche questo, quale sia stato l’obiettivo della settimana… “Se vuoi capire questa regione, tira fuori una carta che vada dal Gange al Nilo e rimuovi le linee britanniche.” Scriveva M.J. Akbar, ma per questa gente oggi varcare quella linea immaginaria, monitorata da 50 km di telecamere agli infrarossi, è la salvezza. Poco importa loro sapere che valore geopolitico abbia. Quella è la salvezza. E se si chiede a qualcuno di spiegare questa guerra, quel qualcuno comincia sempre con l’elenco dei propri morti.

Foto di Annalisa Vandelli
profughi siriani

Aspettano per giorni e notti. Sono soprattutto donne, bambini e pochi vecchi. Scappano con un sacco che dovrebbe contenere un’intera esistenza e aspettano. Aspettano che si apra il confine. Aspettano di buttarsi come un fiume nel mare e di salire sui mezzi guidati dall’esercito giordano per portarli in salvo. La notte perché è più sicuro, perché essere colpiti è più difficile. Non pensano che di là ci sia qualcosa di migliore, ma sicuramente di meno disumano e precario.  Sono quasi 7 milioni le persone che oggi passano di città in città all’interno della Siria, profughi dentro i propri confini. Pendolari da un assedio all’altro, camminano per sottrazione, per diminuzione di pezzi di bagaglio e di componenti famigliari. Tutti hanno i loro morti o i loro martiri. In due milioni invece sono riusciti a uscire. Seicentomila sono arrivati in Giordania, dei quali 100mila ora stanno nel campo profughi di Zaatari, dove la Cooperazione Italiana ha donato un ospedale da campo, e i restanti vivono sparsi nelle comunità locali con non poche difficoltà per loro e per i giordani.

Ci accomodiamo in un enorme stanzone. “Arriveranno a breve” qualcuno ci conforta. E poco dopo, dalla fredda accoglienza di un metal detector giungono all’orecchio voci soffuse. Sono i siriani, quelli che ce l’hanno fatta. Sono un centinaio. Sono loro. Sono arrivati. Bambini di ogni età entrano straniti alla chetichella nell’enorme vuoto, dove anche un maglione di lana, caduto a terra, rimbomba. I più grandi portano sacchi sulle spalle. Si siedono sulle sedie blu da giardino al centro dello stanzone. Sono nati per giocare loro, ma il gioco è cambiato. Sono seri, spaventati. Hanno scritto nelle pupille quello che non si può né leggere né descrivere. Alcuni hanno perso entrambi i genitori. Gli adulti se li tengono vicini. In silenzio. Il brusio è finito. Chi poteva immaginarsi una stanza così enorme e senza vento dopo tanto vagare? Fatima è su una sedia a rotelle. Una lunga cicatrice le divide in due il viso. Ci guardiamo e lei mi sorride. Parliamo senza capirci. Mi presenta suo padre e suo fratello. Hanno le mani grandi e ruvide, da contadini. Loro sono tra i pochi a non venire da Damasco, ma da Dar’a, poco lontano dalla linea immaginaria.

Di là, in Siria, i morti sono ormai 170mila, per lo più civili. Ci si mette in fila per il primo controllo. Gli uomini dello IOM identificano ogni persona. La tessera d’identità sparisce nelle mani rugose del padre di Fatima, ma senza quella carta lui non esisterebbe. Lei lo assiste, mentre lui goffamente risponde alle domande della Sicurezza. Lo osserva come una moglie preoccupata, costretta con le mani a spostarsi una gamba da un appoggio all’altro della sedia a rotelle, come si sposta il peso di una famiglia intera. “Andremo a Zaatari” mi sorride, come se mi desse una bella notizia. A Zaatari ci sono già stata io. So di cosa mi sta parlando. È in pieno deserto: una città di container e di tende. Ci sta gente anche da 3 anni, a loro gli aiuti internazionali garantiscono pasti, istruzione e sanità. Eppure ci sta gente da 3 anni e non torna indietro… quanto dev’essere tremendo quello che hanno lasciato alle loro spalle?  A Zaatari io ci sono stata per visitare l’ospedale da campo donato dalla Cooperazione Italiana, che dall’inizio della guerra ha soccorso più di 120mila persone, mettendo a disposizione, oltre alle medicine, i diversi reparti di medicina interna, pediatria, ginecologia, radiologia...

Foto di Annalisa Vandelli
profughi siriani

A fine aprile aprirà anche il nuovo campo profughi di Azraq, perché la guerra non smette di produrre uno dei suoi più struggenti risultati: donne e bambini in fuga. E anche qui, ad Azraq, l’Italia si è distinta donando un altro ospedale attrezzato che, dentro a una struttura prefabbricata, potrà ospitare fino a 130 degenti; avrà 6 posti letto per la terapia intensiva, 2 sale operatorie, 2 sale parto, 8 ambulatori specialistici, una farmacia e un laboratorio analisi. Fatima troverà assistenza. Forse la rimetteranno in piedi. Forse la smetterà di tremarle quella sua gamba destra. Forse mi sorride per questo. Nascosta dai sacchi, più in là, c’è un’altra donna, con due bambini. Ha 21 anni. È considerata tra le categorie vulnerabili. È pericolosissima la situazione di una donna sola, senza protezione. Si vocifera di uomini ricchi che vengono apposta per sfruttare le più giovani, per lo più adolescenti, in cambio di danaro. Si vocifera di genitori disperati che concedono le loro figlie.

La giovane andrà dai suoi genitori nel campo, rassicura durante l’intervista dell’Unhcr per la registrazione e poi chissà. Il marito lavora nel golfo. Non la potrà raggiungere. Porta i bambini nel container delle visite mediche. È stremata dalla stanchezza. Si scusa perché ha un vestito sporco. La piccolina urla appena la siringa fa il proprio dovere, ma non c’è tempo per troppe cerimonie. Vengono tutti vaccinati. E ancora avanti, nella successiva procedura. Lei verrà inserita in un programma speciale che possa garantire protezione per lei e per i piccoli. Procedure e container sono la stessa cosa. Gabbie in cui mettere parti della propria vita, per trasformarle in altro, come in un nuovo inizio. Tutti riprendono i sacchi. Si avviano in un lungo corridoio reticolato con sopra il filo spinato. Ad aspettarli le corriere per Zaatari e la fine troppo lontana di una guerra troppo vicina. Alcuni di loro varcheranno altri confini.

Ventimila sono i siriani arrivati in Italia dal 2011, anno dello scoppio del conflitto. Molti di loro giacciono nel cimitero Mediterraneo. Sono stati predati dal traffico d’uomini. Un testimone ci racconta che partendo dall’Egitto bisogna pagare agli scafisti minimo mille euro a persona. Se non hai i soldi, lo scafista ti uccide. I suoi amici, una famiglia di tre persone, sono morti la settimana scorsa, tentando l’attraversata. Chi ci racconta è un palestinese siriano. Ci proverebbe anche lui se avesse i soldi. In Giordania deve vivere nascosto, non può nemmeno lavorare perché a loro non è permesso. Non sa più come tirare avanti. Non può far studiare i figli da tre anni. Ma questa è un’altra storia, che comincia dopo il primo attraversamento del confine.(Annalisa Vandelli e Marcella Menozzi - DIRE)

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