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Figli tolti alle famiglie mafiose, don Panizza: “È una resa della società”

A priori non si possono allontanare i bambini da nessuna famiglia, dice il fondatore di Progetto Sud a Lamezia. “Bisogna sempre valutare bene se questi ragazzi possono essere aiutati, e lavorare per la loro socializzazione”

02 maggio 2014

LAMEZIA - “A priori non si possono allontanare i bambini da nessuna famiglia, nemmeno da quelle mafiose. Bisogna sempre valutare bene se questi ragazzi possono essere aiutati, bisogna ponderare con oculatezza su quale è la strada giusta per loro. Se i minori sono già stati impiegati nelle attività criminali, allora il giudice deve procedere se ritiene che la crescita di questi bambini possa essere deviata e condizionata da cattivi esempi”. Sono le considerazioni di don Giacomo Panizza, fondatore e presidente della Comunità Progetto Sud, a proposito dei minori tolti alle famiglie affiliate ai clan della criminalità organizzata. “La questione dei minori separa la vita normale da quella criminale. In ogni comune – afferma don Panizza – dovrebbero esserci degli operatori qualificati per poter affrontare con le persone giuste e i mezzi adeguati questa complessa realtà”.

Il presidente della Progetto Sud insiste: “Bisogna intervenire nel campo dell’educazione sociale perché i minori non vanno ‘spostati’ a priori. Se ciò avviene vuol dire che le scuole, i comuni, le parrocchie non stanno facendo il loro dovere. Anche per i figli dei mafiosi – sostiene il sacerdote – bisogna lavorare per la socializzazione, lo stare insieme in tutti gli ambiti della società civile”. Per don Giacomo “la Repubblica italiana è più grande dei giudici: su questa situazione – incalza – il mondo normale non sta facendo quello che deve fare. È diritto di tutti i bambini aver più opportunità. Ma, per questo, solo i familiari non bastano, devono mettersi in rete le agenzie educative. A tutti i minori bisogna dare scuola, gioco, sana convivenza con i coetanei”.

Il sacerdote che da quasi quarant’anni vive e opera in Calabria, ribadisce un concetto fondamentale e cioè che non c’è nessuna famiglia mafiosa che può gestire da sola il destino dei figli. “Togliere i figli ai mafiosi – rimarca don Giacomo – è un atto di resa della società. Tutti dobbiamo fare il nostro dovere perché anche i minori, figli della ‘ndrangheta, sappiano stare col resto della società che li circonda. I bambini che nascono in queste famiglie non devono essere destinati ad essere criminali per sempre”. (Maria Scaramuzzino)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Giacomo Panizza, 'Ndrangheta, Criminalità organizzata, Calabria, Mafie, Garante Infanzia

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