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Ragazzi in lutto, questi "incompresi": un progetto per aiutarli ad aprirsi

Ogni anno in Italia 18 mila adolescenti perdono un genitore. Si chiama “Il volo” l’iniziativa nata dalla richiesta di Camilla, che a 11 anni ha perso il padre per una grave malattia: “sentivo il bisogno di aprirmi, ma non potevo farlo né in famiglia né con gli amici”. Il progetto di Antea

15 maggio 2014

ROMA – Come vive il dolore del lutto un adolescente? Come affronta la perdita di un familiare, in un momento della crescita così delicato? E quali risorse esistono per sostenerlo in questo durissimo percorso? Sono queste le domande che la giovane Camilla Pollera ha posto ad Antea, dopo aver perso suo padre, a 11 anni. E da queste domande è nato il progetto “Il volo”, presentato questa mattina presso la Sala Mercede della Camera dei Deputati, con l’obiettivo di alzare l’attenzione su questo problema in gran parte sottovalutato. 

Secondo una recente indagine su dati Istat, ogni anno quasi 18 mila adolescenti perdono un genitore. Nonostante le dimensioni rilevanti di questo dramma sociale e per quanto “la letteratura sottolinei l’importanza, in un contesto di cure palliative, di valutare i bisogni, a breve e lungo termine, dell’adolescente che sta perdendo un genitore e di pianificare idonei interventi al fine di prevenire la comparsa di seri disturbi psicologici  - si legge nel progetto di ricerca realizzato da Antea - a livello nazionale, non sono state pubblicate ricerche che forniscono evidenze empiriche sul tema”. Per questo, “Il volo” si propone innanzitutto come primo studio esplorativo e “analisi dello stato dell’arte – ha spiegato questa mattina Claudia Monti, presidente di Antea – Obiettivo fondamentale è sostenere l’adolescente che affronta la cosa più grave e inaspettata che possa accadergli. E’ quello che ci ha chiesto Camilla quando è venuta a cercarci: di comprendere il suo vissuto e i meccanismi che si attivano quando la malattia terminale irrompe in una famiglia”. 

La ricerca dovrebbe articolarsi in due studi: il primo, “di tipo qualitativo, il cui obiettivo è quello di comprendere i bisogni degli adolescenti con un genitore che sta morendo ed identificare le strategie che possono implementare e migliorare le loro abilità di ‘coping’, al fine di individuare gli interventi che possono rispondere ai bisogni da loro espressi e supportare il personale sanitario nella loro presa in carico”, si legge nel progetto. Il secondo studio, invece, di tipo sperimentale, valuterebbe l’impatto di alcuni interventi, individuati appunto nel primo studio. 

L’indagine si svolgerebbe su due tipi di campione: il primo, composto da adolescenti che “che hanno superato l’evento del lutto. di età compresa tra i 13 ed i 17 anni quando il loro genitore è morto”; il secondo costituito da “adolescenti con un genitore attualmente in cure palliative di età compresa tra i 13 ed i 17 anni”. In una seconda fase, successivamente all’analisi dei dati emersi, sarà possibile individuare e realizzare “una serie di interventi mirati a supporto degli adolescenti (gruppi di mutuo-aiuto, attività ricreative/laboratori didattici, counseling, ecc), del personale sanitario, volontariato e insegnanti delle scuole (incontri formativi, counseling, ecc) e del coniuge (incontri formativi, counseling, ecc) e valutarne l’efficacia. 

“Nelle case in cui Antea entra, incontra spesso, accanto alla disperazione delle famiglie, la sottovalutazione del dolore dell’adolescente, che spesso viene messo da parte come ‘colui che ce la fa’ – ha detto Giuseppe Casale, coordinatore scientifico e sanitario di Antea – Per questo, quando Camilla ci ha suggerito questo tema, lo abbiamo accolto a braccia aperte”. 

“Durante la malattia di mio padre e dopo la sua morte – ha raccontato Camilla intervenendo stamattina alla presentazione del progetto – sentivo forte la necessità di aprirmi e raccontare il mio dolore. Non riuscivo a farlo però con i miei amici e coetanei, perché avvertivo una grande distanza tra me e tutti gli altri. Ma non riuscivo a farlo neanche con mia madre e mia sorella, le uniche che mi avrebbero potuto capire e sostenere: avevo paura di appesantirli, caricando su di loro anche la mia sofferenza. Così, avevo paura di tutto, sia dentro che fuori casa, mi sentivo estranea anche in famiglia. Questi sentimenti li ho racchiusi in un racconto, ‘La parte migliore’, che parla di una storia diversa dalla mia ma che contiene le stesse paure. E poi è nata l’idea di un progetto che sensibilizzasse al grande problema degli adolescenti che vivono la perdita. Spero che in tanti volgano la propria attenzione a questo dramma, rompendo la solitudine in cui tanti giovani si trovano”. (cl)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Cure palliative, Lutto, Adolescenza

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