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Manar, il rapper palestinese bambino che sogna la Svezia: “Indietro non ci torno”

A dodici anni è il più giovane protagonista del film documentario Io sto con la sposa. Partito dall’Egitto con il padre, che spera possa diventare una celebrità, racconta in versi la sua terra e gli orrori della guerra. Già una volta avevano tentato insieme di raggiungere Stoccolma affidandosi ai trafficanti

21 maggio 2014

Manar. Foto: Marco Garofalo
Manar, il rapper palestinese

ROMA – “Andate via dalla mia testa! E chiudete bene quella porta! Lasciatemi cantare, ho il cuore che scoppia. Le parole arriveranno, un microfono non basterà. No, no, io non mi fermerò! Nemmeno una parola lascerò. Indietro non ci torno!”. Lo canta forte Manar nelle sue canzoni, lui che è solo un bambino ma ha già visto gli orrori della guerra. Ha dodici anni ed è palestinese siriano, del campo profughi Yarmouk di Damasco. In Sicilia è arrivato con il padre su una nave partita dall’Egitto, a settembre 2013. Dopo dodici giorni alla deriva è riuscito a varcare la frontiera europea, con il sogno in tasca di arrivare fino in Svezia, per realizzare il suo sogno di diventare un rapper famoso. Manar, o meglio Mc Manar, come vuole farsi chiamare, è il più giovane protagonista del film documentario “Io sto con la sposa”, di Gabriele del Grande, Antonio Augugliar e Khaled Soliman Al Nassiry, che racconta la storia vera del finto corteo nuziale che, nel novembre scorso, è riuscito a beffare i controlli della frontiera, per permettere a cinque siriani palestinesi di raggiungere Stoccolma.

Foto: Marco Garofalo
Manar, il rapper palestinese 2

Manar viaggia con suo padre Alaa, che a Damasco faceva il barbiere, e che un giorno ha deciso di partire, lasciando nel campo profughi di Yarmouk la moglie e gli altri due figli, per permettergli di diventare un cantante di successo, nel nord Europa. Una meta che i due, prima del viaggio raccontato dal film, avevano già provato a raggiungere affidandosi a dei trafficanti. Mille euro avevano pagato a un passeur che, insieme ad altri 50 profughi, doveva portarli in Svezia. Ma il loro sogno si è infranto, quando erano ancora in Italia, al primo controllo di polizia. Loro come molti altri migranti, che arrivano nel nostro paese, qui non volevano restare. Hanno cercato di non farsi prendere le impronte digitali, per poter continuare il loro viaggio oltreconfine. Ma anche questo tentativo è andato fallito. “Abbiamo visto delle persone che tenevano immobilizzate a terra con il sangue che gli usciva dalle mani. Li bastonavano dicendo: Non vuoi dare le tue impronte?” racconta Alaa in una delle scene più toccanti del film.

Guarda l'anteprima
Manar, il rapper palestinese - Video interna

“Alaa e Manar li abbiamo incontrati in un centro di accoglienza a Milano – spiega Del Grande – ci hanno raccontato del loro primo tentativo di arrivare in Svezia. Erano rimasti con solo cinquanta euro in tasca”. Oggi sul sito del film gli autori pubblicano, in anteprima, il primo estratto del documentario, in cui Manar canta una delle canzoni che scrive sulla Palestina. “Eravamo appena arrivati a Marsiglia, dopo il primo giorno di viaggio – aggiunge Del Grande – eravamo euforici per aver passato il confine di Ventimiglia. Così gli amici che ci ospitavano in Francia  hanno organizzato una cena in un locale gestito proprio da un palestinese, La mer veilleuse (il mare che veglia).  A fine serata Manar ha iniziato a cantare. E' questo il primo estratto che abbiamo scelto per presentare il film, per la forza delle sue parole”. “Io sto con la sposa” è un film completamente autoprodotto, gli autori hanno lanciato lunedì scorso un crowdfunding per sostenere il progetto. E in due giorni hanno già raccolto 13.800 euro grazie a 455 donatori. I soldi raccolti finora serviranno a coprire le spese di viaggio, il noleggio di 3 telecamere Canon, ottiche e radiomicrofoni. (ec)

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Tag: Mare nostrum, Siria

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