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"L'accarezzatrice", storia di un'assistente sessuale. Contro tabù e ipocrisia

Intervista alla scrittrice Giorgia Wurth: “Questo libro è diventato come un figlio, una missione per me. Sogno che se ne parli il più possibile. L’obiettivo è il riconoscimento della professione anche in Italia, per questo vado molto in giro"

05 giugno 2014

Giorgia Wurth
Giorgia Wurth

ROMA - Gioia è un’infermiera di trent’anni. Perde il lavoro e viene lasciata dal fidanzato con cui aveva programmato di sposarsi, mentre suo padre si ammala. Nella disperata ricerca di un lavoro si imbatte in un coppia, entrambi con distrofia muscolare. La moglie le chiede di lavorare come assistente sessuale di suo marito. Inizialmente Gioia si allontana scandalizzata, ma poi si domanda se quella richiesta sia una perversione, oppure la più profonda forma di amore. Con questa vicenda inizia il romanzo “L’accarezzatrice” con cui l’attrice e scrittrice Giorgia Wourth indaga il tema dell’assistenza sessuale.

Con il tuo romanzo hai toccato un tema delicato e controverso. Cosa ti ha spinto ad affrontarlo?
Proprio questo. Il fatto che fosse complesso e controverso. Non ho casi di persone diversamente abili vicine, non ho un coinvolgimento personale, ma sono attratta da ciò che è distante da me. Per scrivere “L’accarezzatrice” ho fatto un lavoro di ricerca di quattro anni che mi ha regalato incontri meravigliosi. Poichè sono per metà svizzera, paese dove esiste la figura dell’assistente sessuale, è lì che leggendo un articolo di giornale sono venuta a conoscenza di questa professione. Ed è iniziata una ricerca che mi ha portato a conoscere assistenti sessuali e le associazioni che le gestiscono, persone con diverse abilità e i loro genitori. Da questo viaggio appassionante è nato il libro, che è un romanzo di fantasia in un contesto realistico. 

Quali sono state le reazioni al tuo romanzo?
Sono state diverse. Da un lato molti media mi hanno censurata. In molti non se la sono sentiti di trattare questo argomento. Credo che l’Italia sia un paese ipocrita su questo: si ha paura di parlare di un diritto, come quello dell’assistenza all’affettività e alla sessualità, mentre poi si va con trans o con minorenni. Dall’altro lato però tante persone mi hanno scritto per ringraziarmi. Ho avuto un feedback meraviglioso dopo l’uscita del libro, non solo da disabili ma anche da psicologi che lavorano nel settore. Un ragazzo, molto giovane, sulla spinta del mio libro ha aperto un blog (www.daniloracconta.it). In tanti mi scrivono chiedendomi a chi si possono rivolgere. Mi scrivono persone che hanno bisogno di questa figura, ma anche donne che vogliono diventare assistenti sessuali. 

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Chi sono gli assistenti sessuali che hai conosciuto? Quale percorso hanno intrapreso per diventarlo?
Nei paesi dove l’assistenza sessuale è riconosciuta, da un po' di anni ci sono corsi di 600 ore, per intraprenderla come professione. C’è bisogno di formazione ma soprattutto di spontaneità. Per questo molte brave assistenti sessuali sono ex prostitute, che hanno deciso di dedicarsi esclusivamente a un certo tipo di corpi. Poi persone che vengono dall’ambito infermieristico, che comprendono i limiti dei corpi fragili, o dalla medicina alternativa. Inoltre è fondamentale la competenza sugli aspetti psicologici, anche perché c'è il confronto con medici, familiari o istituti.

Nel tuo libro racconti un innamoramento tra la protagonista, che diventa assistente sessuale e un suo cliente. Accade?
In generale sono importanti le competenze psicologiche, perchè bisogna imparare a gestire la possibilità dell’innamoramento del cliente, soprattutto quando si tratta di disabilità mentale. Bisogna far capire che è rapporto come quello tra il fisioterapista e il suo paziente. Soprattutto per persone toccate tutti i giorni ma in modo medico, essere toccati con calore umano è un’emozione molto forte, anche se indispensabile. Quello dell’innamoramento è forse il rischio maggiore. Ma vale la pena di correrlo. 

La figura dell’assistente sessuale è stata definita un “nuovo ghetto”, da alcuni. Che pensi di questa posizione?
Bisogna vedere di che tipo di disabilità parliamo. Ho ascoltato decine di testimonianze di madri costrette a masturbare il proprio figlio. E meglio questo? Oppure imbottire di farmaci persone già penalizzate sotto questo aspetto? Io faccio sempre l’esempio del bicchiere d’acqua. Immaginiamo di avere molta sete e un bicchiere sulla tavola che non riusciamo a prendere. Insegnare a prenderlo è quello che fa l'assistente sessuale.

Gioia, l’accarezzatrice del romanzo, vive un percorso di importante crescita personale. Che cosa significa per te questo libro?
Questo libro è diventato come un figlio, una missione per me. Una missione che condivido con Maximiliano Ulivieri, presidente del Comitato per l’assistenza sessuale ai disabili, con lo psicologo e sessuologo Fabrizio Quattrini e altri. Sogno che se ne parli il più possibile: è un argomento tabù ed è fondamentale confrontarsi e discuterne, tra associazioni, familiari, ma anche operatori. L’obiettivo è il riconoscimento della professione anche in Italia, per questo vado molto in giro. Ma è un percorso ostico perché essa è legale in paesi come Svizzera, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Austria, dove è permessa la prostituzione e, anche se la professione dell’assistente sessuale è qualcosa di molto distinto, legalmente ricade in quell’ambito.

Stai viaggiando molto per la promozione del libro. Chi sono le persone che incontri? E qual è la prossima tappa?
Alle presentazioni non vengono solo persone direttamente interessate, ma più le altre: anche tanti ragazzi che hanno letto il libro, che mi conoscono come attrice e scoprono un mondo che non pensavano esistesse.

Sei un’attrice, “L’accarezzatrice” potrebbe diventare un film?
Si ho scritto un film, ma ancora non sono riuscita a trovare chi possa investirci, per il momento ci sono contatti per un progetto, ma all’estero. Fare un film o una fiction su questa storia però è un obiettivo, perchè così arriverebbe a molte più persone. (Ludovica Jona)

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