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“Striplife. Un giorno a Gaza”, storie di resistenza quotidiana all’occupazione

Film vincitore di tre premi al Torino Film Festival 2013, è un affresco corale e poetico della vita di tutti i giorni a Gaza. Autoprodotto e finanziato grazie al crowdfunding, a settembre sarà presentato presso la sede Onu di Ginevra

07 giugno 2014

BOLOGNA - Dall’alba al tramonto, sette storie di resistenza quotidiana mostrano la vita di tutti i giorni nella Striscia di Gaza, nonostante l’assedio: si tratta di Striplife – Gaza in a day” (2013), film-documentario vincitore di tre premi al Torino Film Festival 2013 e Menzione speciale al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, che dopo Milano e Roma è stato presentato al Cinema Odeon del capoluogo emiliano nell’ambito della rassegna Sala Doc - Documentari al Cinema, patrocinata dal Comune di Bologna. La pellicola, interamente auto-prodotta e finanziata grazie al crowdfunding, è stata realizzata da cinque registi italiani (Luca Scaffidi, Andrea Zambelli, Valeria Testagrossa, Nicola Grignani, Alberto Mussolini) del collettivo Teleimmagini, da una decade impegnato nella comunicazione sociale in Italia e all’estero.

“L’idea è nata durante il Co.R.um, il Convoglio restiamo umani partito nel 2011 dall’Italia alla volta di Gaza per commemorare la scomparsa di Vittorio Arrigoni”, spiega Luca Scaffidi. “Nel corso degli incontri con i giovani locali, un ragazzo ha sottolineato di essere stanco del sensazionalismo dei media, interessati solo ai bilanci dei morti dei raid israeliani. Abbiamo cominciato a chiedere alla gente cosa fosse per loro la normalità. Ha preso forma così un progetto partecipato, costruito dal basso da videomaker italiani e palestinesi condividendo idee, storie e competenze, grazie al supporto del Centro Italiano di Scambio Culturale "VIK" di Gaza e dei gazawi, che ci hanno permesso di entrare nelle loro realtà”.

Ne esce un affresco corale e poetico, a tratti ironico, dai dialoghi semplici ma profondi e dalle sequenze cariche di suggestioni, che rappresenta il quotidiano dei protagonisti seguendoli nello spazio di una giornata nei rispettivi contesti familiari, lavorativi e sociali, dominato dalla normalizzazione di un conflitto quasi mai visibile all’interno della docu-fiction, ma onnipresente.

Si va dalla routine dei pescatori, che escono in mare con le loro barche crivellate dal fuoco israeliano a quella di Jabber, contadino nella buffer zone che rischia la vita pur di coltivare il suo campo. Poi c’è Noor, giovane cronista delcanale satellitare Watania Tv che fornisce news in inglese all’estero e trova l’amore in Nord Europa grazie ai social network. Moemen, fotografo freelance mutilato nel 2008 durante Piombo Fuso e costretto su una sedia a rotelle, che continua con passione il proprio lavoro per testate locali e internazionali. “Un combattente come la maggior parte dei personaggi del film – evidenzia Scaffidi - che mette in luce la dignità di un popolo che non si arrende di fronte le avversità”. E ancora Fatima, berbera che vive di pastorizia, bloccata nella Striscia senza poter ricongiungersi con le tribù nomadi sulle alture del Golan. Un rapper che non può esibirsi in pubblico perché è vietato. Un ex calciatore della nazionale che insegna in un campo profughi e i ragazzi del Gaza Parkour, che sfidano la gravità, volteggiando fra le macerie.

Sullo sfondo Gaza, cantiere edile a cielo aperto, ancora sfigurata dai bombardamenti, con i suoi mercati brulicanti di persone e le strade trafficate, popolate al tramonto dai generatori che ronzano all’unisono perché l’elettricità spesso non c’è. I supermercati che vendono solo prodotti israeliani per chi se li può permettere, mentre l’80% della popolazione vive di aiuti umanitari. Ma anche scorci di caffè esclusivi e paesaggi straordinari, dal deserto alle verdi campagne fino alla magia del Mediterraneo all’alba come al crepuscolo.

“Una testimonianza importante  – spiega Meri Calvelli, cooperante del Centro Italiano di Scambio Culturale "VIK" di Gaza - che svela un territorio difficile da rappresentare, stretto com’è nella morsa dell’occupazione. La popolazione da circa un anno non può uscire dalla Striscia neanche con permessi speciali. La speranza è che, con il governo di unità nazionale siglato fra Fatah e Hamas, i valichi vengano riaperti al più presto: quello di Erets a nord, unico modo per raggiungere il resto della Palestina e quello di Rafah a sud, la frontiera internazionale con l’Egitto, chiuso a causa dell’instabilità interna del paese”. Dopo Bologna, Striplife continuerà il tour di presentazione nelle sale cinematografiche italiane e nei festival internazionali, come il Festival Internazionale del Documentario di Marsiglia, che si terrà il prossimo luglio e a novembre al CPH:DOX di Copenaghen, il maggiore festival di documentari di Scandinavia. “A settembre – conclude la Calvelli – sarà proiettato invece presso la sede Onu di Ginevra, nell’ambito delle celebrazioni dell'Anno internazionale della solidarietà con il popolo palestinese”. (Loredana Menghi)

© Copyright Redattore Sociale

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