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Bipolari al lavoro, storie di chi lotta ogni giorno contro paure e cliché

Per chi soffre del disturbo la vita professionale è complicata perchè "le imprese sono molto più rivolte verso la performance che non verso l’umanità”. Ma non è impossibile. In Francia un'associazione aiuta i pazienti a reinserirsi

20 giugno 2014

ROMA - Il bipolarismo, fino a qualche anno fa chiamato “disturbo maniaco-depressivo” si caratterizza per gli sbalzi d’umore. Si passa da fasi depressive a fasi di iperattività, con una forte perturbazione delle emozioni e dei comportamenti. Christian Gay, psichiatra nella clinica francese Garches, specializzata nella cura dei disturbi bipolari come di altre patologie psichiatriche, mette in evidenza l’importanza della tempestività degli interventi: “Più la presa in carico è rapida, più il paziente ha possibilità di rispondere bene al trattamento. Generalmente si prescrive uno stabilizzatore d’umore come il litio. Purtroppo capita spesso che i primi sintomi della malattia passino inosservati. E le diagnosi sono tardive. La malattia se viene presa in carico presto e seguita adeguatamente permette alla persona che ne è affetta di avere una vita normale”. E’ dunque possibile svolgere un lavoro e avere una propria indipendenza economica, ma diversi sono gli ostacoli che le persone affette da tale patologia devono affrontare. 
 
Florence, 44 anni, è un’impiegata municipale e si occupa di curare il verde in un cimitero. All’inizio la cosa la preoccupava, ma adesso il suo lavoro è ciò che le permette di avere un equilibrio: “Sono stata assunta dal comune 15 anni fa. Da allora non ho più messo piede in un ospedale psichiatrico. Sono cosciente della fortuna che ho” dichiara a Rue 89. Infatti meno della metà delle persone bipolari lavora, e anche se non esistono delle cifre precise per la Francia, una certezza c’è: l’inserimento lavorativo è molto complicato, dal momento che le malattie mentali fanno paura. 
 
Florence, ha potuto trovare lavoro come giardiniera grazie a degli organismi specializzati nella disabilità mentale che l’hanno accompagnata nella formazione e nella ricerca di un impiego. E adesso pensa a fare carriera: “Sono una sorta di referente per i miei colleghi, e questo è davvero valorizzante”. 
 
Ma non tutto è in discesa, spiega infatti come “al lavoro devo dimostrare più degli altri, perché non ho diritto di sbagliare. Devo metterci molto più impegno per tenere sotto controllo le mie emozioni nelle situazioni stressanti e conflittuali. Ma funziona piuttosto bene. Non dico che sia sempre facile, ma i capi hanno fiducia in me e mi trattano come tutti gli altri”. E quando sente che sta per esplodere si connette con il suo medico, sempre disponibile, per prendere di petto la situazione e ritrovare la serenità.
 
Christophe Docet invece è un uomo che, in seguito al licenziamento dall’impresa creata da lui stesso e alla diagnosi di bipolarismo, ha deciso di fondare un’associazione chiamata Bipol Entreprises. L’intento è quello di adoperarsi per il mantenimento ed il ritorno al lavoro delle persone che soffrono della sua stessa malattia. Un modo per cercare di combattere le resistenze, ma anche i clichés ed i timori sia dei datori di lavoro che degli altri impiegati. Claude Deutsch, psichiatra ed ex presidente di Salute mentale Europa spiega: “l’idea non è quella di negare il problema e di dire ai datori di lavoro che non ci sono difficoltà. Sì, ci sono delle carenze mentali. Ma questo non vuol dire che una persona che ne soffre sia incapace di lavorare. Bisogna solo trovare delle misure si accompagnamento. Ma le imprese sono molto più rivolte verso la performance che non verso l’umanità”. 

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