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Migranti, nuovi "desaparecidos": appello per un tribunale internazionale

Appello del comitato “Giustizia per i nuovi desaparecidos” che chiede di istituire un tribunale internazionale per rendere giustizia a vittime e familiari. Mercedes Frias, presidente dell’associazione Prendiamoci la parola: “L’Italia non può essere lasciata sola”

10 luglio 2014

ROMA - Un appello che abbia come obiettivo la verifica delle responsabilità di quei 23 mila morti, che secondo Amnesty international, sono stati lasciati senza identità sin dal 2000. Un appello rivolto ai governi, all’Ue, agli organismi internazionali e alle organizzazioni che hanno a cuore le vite spezzate in un qualsiasi luogo di frontiera.

Si è riunito oggi per la prima volta alla Camera il comitato “Giustizia per i nuovi desaparecidos”. L’ appello presentato, redatto da Enrico Calamai, diplomatico italiano conosciuto per essere riuscito a portare in salvo più di trecento perseguitati dal regime argentino (anni ’70-’80), doveva essere inizialmente sottoscritto da singoli cittadini, ma è stato successivamente esteso alle associazioni più sensibili al tema, Arci, Asgi, Carta di Roma e Prendiamoci la parola. Il testo non parla solo di dispersi in mare, ma anche di coloro di cui sono state perse le tracce nel deserto del Sahara, al confine tra Bulgaria e Grecia, tra il Marocco e la Spagna. Questo è stato presentato, volutamente, all’indomani dell’apertura del semestre italiano di Presidenza dell’Unione Europea, perché l’Italia, principale teatro di sbarchi e naufragi, si renda testimone e garante del rispetto dei diritti dei migranti che attraversano le frontiere.

Con l’appello, le associazioni propongono di istituire un Tribunale Internazionale di opinione per offrire alle famiglie dei migranti scomparsi un’opportunità di testimonianza e rappresentanza; per contribuire ad accertare le responsabilità e le omissioni di individui, governi e organismi internazionali, e fornire uno strumento per l’avvio di azioni, avanti agli organismi giurisdizionali nazionali, comunitari, europei e internazionali. La finalità ultima è quella di costruire una politica di accoglienza più umana ed efficiente, che coinvolga tutti gli stati dell’Unione Europea e che chiarisca, una volta per tutte, i rapporti di complicità eventuali, tra i governi occidentali e quelli del sud del mondo, rapporti corrotti, che sono a capo di questi flussi disperati.

Presenti all’incontro, persone che sono diventate, col tempo, rappresentanti autorevoli della causa migrante, come Mercedes Frias, presidente di “Prendiamo la parola”. La Frias ha descritto il clima di profonda preoccupazione che aleggia negli ambienti dell’associazionismo rispetto al problema migrazione. “L’Italia non può essere lasciata sola, ma l’Europa non può continuare ad adottare provvedimenti che limitino ancora la mobilità di giovani disperati, provenienti da zone di conflitto e miseria. Essa è responsabile di queste stragi, fino a quando non farà nulla per arrestarle”.

Enrico Calamai, redattore dell’appello, ha sottolineato “l’elefantiaco sistema burocratico e giuridico degli stati di oggi, sicuramente necessario ma che però calpesta i diritti di milioni di migranti”. Don Mosè Zerai, che da tempo opera con i richiedenti asilo, sottolinea le responsabilità che il governo italiano ha avuto nel sottoscrivere accordi con i governi del Maghreb o altre dittature africane. Noto il patto stipulato con la Libia secondo cui i migranti che provenivano dalla zona sub-sahariana non sarebbero neanche dovuti arrivare sulle cose libiche, per evitare che giungessero in Italia. Da qui, i numerosi respingimenti in Chad, in Niger o in Sudan, dove sono state perse completamente le tracce dei giovani in fuga o, addirittura, di minori non accompagnati. Di questi ultimi, testimonia don Zerai, “si è saputo poi che sono stati venduti come schiavi per gareggiare in competizioni con cavalli o cammelli”. 

A testimoniare l’orrore dei lunghi viaggi in mare, un giovane eritreo, Tsegehans Weldeslassie, arrivato anche lui a Lampedusa nel 2007, che insiste sulle falsità che i governi raccontano: “Non è vero che l’Europa e l’Italia non riescono a controllare i punti di frontiera, senza sapere quello che vi accade. Hanno potenti mezzi tecnologici, hanno i droni, i satelliti, e quindi possono farlo. Se questo non accade, vuol dire che non c’è una volontà di capire cosa succede”. Presente all’incontro, anche Mehrzia Chargi, madre di uno dei desaparecidos tunisini, che nel 2011, assieme ad altri 250 ragazzi, salpò dal suo paese, e di cui, ancora oggi, non si ha notizia. La donna, convinta che il figlio sia effettivamente arrivato a Lampedusa, ha incontrato Napolitano e il Papa, per chiedere loro di non arrestare le ricerche. L’avv. Arturo Salerni, dell’associazione Progetto Diritti, ha concluso l’incontro, affermando la volontà, attraverso l’istituzione del Tribunale di opinione, di assegnare le reali responsabilità delle stragi, delle scomparse, dei destini tragici dei migranti: “dobbiamo capire di chi è la colpa di tutto ciò, trovarlo e sanzionarlo”. (Maria Panariello)

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