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Gaza, Said: "La routine è contare i morti, è terrificante stare qui"

Lettera appello dalla Striscia inviata al Vis da un cooperante palestinese. Said ora è uno sfollato interno, dopo aver lasciato la casa poco prima che venisse bombardata:“ Senza parole di fronte al silenzio del mondo"

21 luglio 2014

ROMA - “Non riesco a spiegare quanto sia terrificante e pauroso il suono dei missili lanciati dall’aviazione militare israeliana. La routine quotidiana è diventata: ascoltare le esplosioni, seguire i notiziari dell’ultimora, guardare le immagini di sangue delle persone uccise. La mia vita in questo nuovo posto è cambiata completamente. Mi sento straniero nella mia terra e resto senza parole di fronte al silenzio del mondo e lancio un forte appello per fermare l’aggressione israeliana contro di noi e per aiutarci a vivere in libertà e dignità”. Sono queste le parole che Said, un cooperante palestinese che viveva a Gaza con la sua famiglia fino a giovedì scorso, affida a una lettera inviata al Vis (volontariato per lo sviluppo)  per denunciare quello che sta succedendo nella Striscia.

box Nella lettera-appello Said racconta di essere riuscito a mettere in salvo, per miracolo, la sua famiglia il 16 luglio, il giorno della telefonata con la quale le forze israeliane lo avvertivano del bombardamento imminente. “Il 7 luglio scorso Israele ha avviato l’azione di guerra denominata ‘protective edge’ contro la Striscia di Gaza. L’esercito israeliano ha bombardato massicciamente ovunque, centinaia di case sono state distrutte e centinaia di persone sono state uccise, inclusi bambini e donne – scrive Said – e così la guerra ha 'congelato' la mia vita e io ho smesso di lavorare. Io e la mia famiglia abbiamo sperimentato il bombardamento quotidiano degli aerei da guerra israeliani. Quando le forze israeliane hanno iniziato l’invasione di terra, abbiamo rimosso tutte le finestre per evitare che i vetri si rompessero. Il mio appartamento è al terzo piano e per proteggerci, io e la mia famiglia, ci siamo messi a dormire al piano terra. Siamo diventati sfollati all’interno dello stesso palazzo”.

Said è  rimasta a vivere nella sua casa per 10 giorni fino al momento in cui un soldato israeliano li ha chiamati e chiesto di evacuare il distretto perché stavano iniziando dei bombardamenti in modo casuale. “La chiamata è arrivata il 16 luglio a mezzanotte e noi saremmo dovuti evacuare entro le 8 della mattina seguente – aggiunge - Il bombardamento si è intensificato durante la notte e i missili sono caduti sempre più vicini sino ad arrivare a colpire la casa dei nostri vicini. Del palazzo sono rimaste solo macerie e sabbia, noi eravamo fortemente traumatizzati e non riuscivamo più a dormire. Mia moglie e i miei figli non smettevano di piangere. Io ho cercato di controllare la mia paura per restare forte e non crollare di fronte a loro”.

Quelle sei ore sono trascorse “come fossero sei anni – aggiunge - durante quella notte c’è stato un momento che ha separato la morte dalla vita: abbiamo sentito il fischio di un razzo che arrivava e un momento dopo una grande esplosione. Grazie a Dio non ci ha colpito e noi siamo ancora vivi. Al mattino, ho raccolto tutto quello che potevo prendere e ho portato la mia famiglia in un posto sicuro: per la prima volta nella mia vita sono diventato un Idp -Internally displaced person, (uno sfollato interno, ndr). Ciò che si prova nel lasciare alle proprie spalle la tua casa, le tue cose, i tuoi ricordi è assolutamente indescrivibile”.

“Mia figlia di 5 anni mi ha detto: papà quando andrò da Dio gli dirò cosa Israele ci ha fatto – continua Said -questo mi ha completamente scioccato: lei stava cercando di accettare il destino che forse dovrà affrontare. La mia vita in questo nuovo posto è cambiata completamente. Mi sento straniero nella mia terra, sono relativamente sicuro grazie ai miei parenti che ci stanno ospitando, ma continuo a pensare a coloro che non hanno nessun posto dove vivere e sono costretti a ripararsi nelle scuole”.

La lettera di Said si conclude con un appello alle autorità internazionali: “Noi preghiamo perché questo incubo finisca presto, per ritornare alla nostra vita e guarire da tutto quello che questa guerra ci ha causato. Resto senza parole di fronte al silenzio del mondo e lancio un forte appello per fermare l’aggressione israeliana contro di noi e per aiutarci a vivere in libertà e dignità”. 

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