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Nuova missione, lo sport. Diventati disabili, ex militari si rimettono in gioco

Una nuova vita per i militari che in addestramento o nelle missioni di pace all’estero hanno riportato una disabilità. Grazie ad un accordo fra ministero della Difesa e Comitato paralimpico, oggi sperimentano molte discipline sportive, alla ricerca di quella più adatta a loro. Ecco le loro voci

18 agosto 2014

ROMA - Si raccontano tra pudore e orgoglio, gli ex militari che hanno riportato una disabilità nelle missioni di pace all’estero. Alcuni di loro mal celano la rassegnazione a quanto accaduto e che ha cambiato il corso di una vita che doveva essere improntata all’azione, al mantenimento della prestanza fisica, all’addestramento continuo per rispondere con mente e corpo nel momento del pericolo. Molti ancora fanno i conti con la fase dell’accettazione, altri hanno superato la fase acuta, e si danno nuovi obiettivi. Li coordina, nel percorso di avviamento alla pratica sportiva, frutto della lettera d’intenti firmata lo scorso dicembre dal ministero della Difesa e dal Comitato italiano paralimpico, il tenente colonnello Marco Iannuzzi. SuperAbile Magazine, il mensile edito dall’Inail, ha sentito la sua e le voci di alcuni altri atleti. 

Ex nazionale di nuoto di grandi speranze, dal 2002 al 2009, dopo l’incidente di volo che gli è costato l’esplosione di una vertebra lombare, Marco ha toccato punte di eccellenza nelle prestazioni del 2004, con il quinto posto in ranking mondiale nei 50 metri stile libero e il settimo nei 100, ma si difendeva bene anche nei 200 misti (decimo) e nei 100 delfino (undicesimo). Addetto al pilotaggio nel corpo dell’Aeronautica, “Marco non si è mai adattato al lavoro di scrivania – dice l’amico e collega Massimo Vitella, 51 anni, prima in Accademia, poi impegnato in innumerevoli incarichi nei 24 anni passati dopo aver perso il braccio in un’esplosione durante un addestramento –. Lui è nato atleta, ed è rimasto uomo di volo, dopo l’incidente del 2000 in cui ha riportato la lesione spinale”. 

Trentasette anni e una vaga somiglianza con Francesco Totti, Iannuzzi coordina con entusiasmo questo progetto in capo alla Sezione Promozione e sviluppo pratica sportiva per il personale disabile della Difesa. Ma ne fa anche parte a pieno titolo, come atleta in pista: “Io so già cosa vorrei fare – dice –. Ho una sfida da lanciare ad Alex Zanardi, mi piacerebbe diventare campione di handbike. È un mezzo che mi incuriosisce moltissimo, anche se è pericoloso e mi fa paura. Ma proverò anche il remo ergometro, che permette di allenare le spalle in palestra, e il tiro a segno”. 

Loreto Di Loreto di anni ne ha 34, ora è in pensione ma fino a due anni fa era appuntato carabiniere del Tuscania, divisione paracadutisti. Poi a Farah, dove era la base italiana in Afghanistan, l’incidente stradale: era in torretta quando il mezzo si è ribaltato, lasciandolo paraplegico. Un bel ragazzo, due occhi verdi che ridono, tanto entusiasmo di fronte a questa nuova strada da percorrere: “Ero già uno sportivo: sci, calcio, arrampicata soprattutto in addestramento. Poi ho saputo dell’accordo tra Difesa e Comitato paralimpico, e ho voluto esserci. Sono in congedo da giugno, ho tanto tempo per dedicarmi allo sport e voglio provarli tutti; magari faccio 50 chilometri in bici, centro il bersaglio del tiro a segno: una cosa per noi abbastanza naturale saper prendere la mira... Chissà dove riesco meglio. Se devo scegliere, gli sport di velocità; io sono uno esuberante, amo l’aria aperta. Poi vorrei sposare la mia compagna... Insomma i progetti personali vanno avanti”.  

Dietro un paio di occhiali scuri, spavaldo ma anche timido, si nasconde Domenico Russo, primo caporal maggiore dell’Esercito. “Nessuna missione all’estero – racconta Domenico, 36 anni, congedato nel 2000 –, ho perso l’occhio in servizio durante un addestramento a fuoco a Capo Teulada, in Sardegna, nel 1999. Stavo nell’ottavo reggimento bersaglieri, e durante un assalto la scheggia di una bomba mi ha colpito. Sono stato congedato e sono rimasto a casa fino allo scorso anno, ma ho fatto di tutto per riuscire a rientrare in servizio: questa è la mia vita. Sono rientrato nel 2013. Ora sono a Viterbo, comando aviazione esercito. Faccio corsi per istruttore di sopravvivenza militare per i reggimenti che devono partire in missione all’estero. Prima, devono superare il Sere (acronimo inglese per Survival, evasion, resistance, escape, ndr). Su che sport mi orienterò? Visto che mi piace muovermi, atletica sicuramente, ma anche il tiro con l’arco mi intriga molto”. 

Da ultimo, Massimo Vitella, che di tutti questi ragazzi potrebbe essere il padre, non tanto dal punto di vista anagrafico, quanto per la vita militare vissuta, l’unica possibile per lui che all’aviazione ha dato tempo e salute. “E chi se lo ricorda l’incidente – scherza –. Ero giovanotto, ora sono vecchio. Sono saltato in aria con il materiale esplosivo, ero in addestramento e nel ruolo di comandante di gruppo”. Era il 1987, ma oggi è acqua passata. Massimo è comandante del Gruppo servizi tecnicologistici della scuola specialistica, fa il formatore. “Quando è successo l’incidente – continua – avevo una preparazione multiforme, mi sono adattato al lavoro in ufficio molto presto; il volo era una parte secondaria del mio lavoro, ero abituato ai corridoi dello Stato Maggiore”. Ma adesso se c’è anche la carta dello sport, da giocare, Massimo non si tira indietro: “Sono 20 anni che non faccio più sport, ma me la cavavo in diverse discipline: facevo i 50 metri a nuoto in 24.9, il trampolino dai 5 metri, la fune, salite in montagna, i 1.500 metri in 4.50 anche se pesavo 90 chili. Oggi sono qui, spinto anche dai miei tre figli. Ho rotto un tabù: per natura sono molto conservatore e mi sento anche piuttosto avanti con l’età per reinventarmi nello sport. Però Marco, che oltre a essere un collega è un caro amico, mi ha convinto a buttarmi. Ho ripreso anche a correre, per farmi trovare in forma. E proverò tutto, non voglio scegliere. Ma, come in ogni cosa, vorrò dare il massimo”. (Cip)

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