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Accoglienza in famiglia a 30 euro o ai Parioli? La Manna: “Meglio gratuita”

Il presidente del Centro Astalli racconta dell’esperienza lanciata dai gesuiti francesi. Si chiama “Progetto Welcome” e prevede l’accoglienza in famiglia per un mese, gratuita. “Funziona. Quando girano i soldi c’è chi pensa di poter fare il furbo”

26 settembre 2014

boxROMA – Altro che 30 euro a famiglia per accogliere i migranti in casa o in nuovi centri di accoglienza nei Parioli, in Francia le famiglie accolgono gratuitamente: è un’accoglienza di qualità e funziona. È quanto testimonia il Progetto Welcome portato avanti da Jrs France, il Servizio dei Gesuiti  francesi per i rifugiati raccontato da padre Giovanni La Manna, rettore dell'Istituto Massimo di Roma, presidente del Centro Astalli e membro della Commissione asilo politico di Roma. “L’esperienza realizzata dai nostri colleghi di francesi ci dice che funziona ed evidenzia tutto il valore che ha un’accoglienza del genere – racconta padre La Manna -. È un’accoglienza limitata nel tempo: ogni famiglia accoglie per circa un mese e poi si trova un’ulteriore sistemazione. Le stesse famiglie raccontano la bellezza di questa opportunità e i rifugiati testimoniano il valore per loro di questo tipo di accoglienza. È stravolgere l’idea di accoglienza che noi portiamo avanti”. 

Sulla possibilità di riconoscere un rimborso di 30 euro al giorno alle famiglie che decidono di accogliere a casa propria un migrante, padre La Manna è scettico. “Quando si pensa alle famiglie in Italia, si pensa ai soldi da dare – racconta -. Quell’accoglienza lì, invece, è gratuita ed ha senso e importanza se riuscissimo a mantenerla così. Quando girano i soldi c’è chi pensa di poter fare il furbo e molti potrebbero pensare di risolvere i loro problemi economici accogliendo. In Italia siamo ancora esposti a questo pericolo”.

In Francia, questo tipo di accoglienza infatti è gratuita e funziona. “Se lì è possibile – continua La Manna - dobbiamo chiederci perché non può essere realizzata anche qui da noi. Credo che alla luce di quella esperienza potremmo trovare il modo per crescere culturalmente e umanamente. È questa la nostra vera povertà. Sgomberare il campo dalla paura dell’altro”. In Italia, però, i tempi per un progetto di questo tipo su larga scala sono ancora immaturi, nonostante non manchino i primi esperimenti portati avanti dalla Caritas, in cui, però, vengono riconosciuti dei rimborsi mensili alle famiglie che ospitano. “Purtroppo in Italia paghiamo il fatto che per anni e in maniera scientifica siamo stati spaventati – spiega La Manna -. Parliamo ancora di immigrazione clandestina quando si tratta di persone che scappano dalla guerra e nessuno spiega come possano fare i siriani che scappano dalla guerra ad arrivare in maniera regolare in Italia e in Europa. Bisogna essere coerenti e onesti e superare l’atteggiamento da farisei, parlare nei termini giusti, riconoscere le situazioni e le persone in quanto tali e offrire il meglio che abbiamo”.

 In Italia, per La Manna si “continua a pensare all’accoglienza come dei parcheggi: gli diamo un posto dove stare, da mangiare, dormire”. E che il parcheggio sia ai Parioli o in altri quartieri centrali della capitale, o che siano in periferia, la sostanza non cambia. “Non ne farei un discorso di quartiere – aggiunge La Manna -, ma di dignità dell’accoglienza. Posso accogliere un migrante in una famiglia a Tor Bella Monaca e avere un’accoglienza di qualità, piuttosto che avere un centro nei Parioli dove le persone vengono ugualmente parcheggiate”. Il nodo della questione, spiega La Manna è la “progettualità” dell’accoglienza. “I centri che diventano parcheggi sono uno spreco di risorse economiche e un’offesa alla dignità e ai diritti di queste persone che hanno già pagato un prezzo altissimo – spiega il gesuita -. Bisognerebbe verificare come stiamo spendendo i soldi”.


L’idea di avviare anche in Italia un progetto simile a quello intrapreso dai gesuiti  francesi, però, non è poi così remota. “Come gesuiti  il primo passo è stato quello di accoglierli nella nostra comunità – racconta La Manna -. Non è pensabile proporre alle famiglie di accogliere quando io a casa mia non offro la stessa opportunità. Nella comunità dei gesuiti  di Sant’Andrea al Quirinale, infatti, vive un rifugiato afgano. Un progetto come quello francese, però, è auspicabile. Lo abbiamo in mente, ma le famiglie vanno sensibilizzate. Occorre creare un contesto culturale capace di accogliere un discorso del genere. Bisogna far comprendere il valore che ha un gesto simile vincendo le paure e gli altri luoghi comuni. C’è da lavorare e noi ci impegniamo a farlo”. (ga)  

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