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Alloggi popolari nelle case delle mafie: la proposta dell'Agenzia beni confiscati

Utilizzare i beni per rispondere al disagio abitativo nei grandi centri. È quanto propone Umberto Postiglione, nuovo direttore dell'Agenzia. "Non sono più solo simboli della lotta alla mafia. Serve fase di utilizzazione immediata"

03 ottobre 2014

boxROMA - Utilizzare i beni confiscati alle mafie per “risolvere i problemi di abitazione per le fasce più povere” del Paese. A lanciare la proposta, a quasi quattro mesi dalla nomina a direttore dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alle mafie, è il prefetto Umberto Postiglione che in una lunga intervista rilasciata a Redattore sociale fa il punto sullo stato di salute dell’agenzia, avanzando anche qualche proposta per il futuro. Come quella di far rientrare alcuni degli immobili confiscati alle mafie, quelli che rispondono a determinate caratteristiche, nei piani dell’edilizia popolare, mettendo fine così a quelli che Postiglione definisce errori del passato, cioè i quartieri popolari di periferia diventati spesso luoghi del disagio e in mano alla criminalità.

Per Postiglione è ora che i beni sequestrati alle mafie diventino “motore di soluzioni” in tempi rapidi. “Non sono più solo simboli della lotta alla mafia o monumenti alla cultura antimafia, quelli già ci sono – spiega Postiglione -. Adesso dobbiamo passare ad una fase di utilizzazione razionale più immediata possibile”. L’assegnazione dei beni confiscati, allo stato attuale delle cose, non è cosa semplice. E non si tratta soltanto di attendere i tempi dei processi e le confische definitive. A inceppare la macchina anche le spese che i comuni non riescono a sostenere.
“A Palermo ci sono 3.580 immobili sequestrati – spiega Postiglione -. Certamente gli diamo alle forze dell’ordine come alloggi di servizio, facciamo gli archivi, li assegniamo al Comune o alle Regioni per le loro esigenze, ma restano ancora migliaia di immobili da utilizzare per un motivo molto semplice: il comune di Palermo non ha le risorse. Sebbene l’associazionismo ci metta l’impegno sociale, il lavoro, l’idea, chi dovrà attendere alle spese di utilizzo del bene e di manutenzione è il comune, che non ha le risorse. Quindi, prima di prendere in carico immobili che costano, ci pensa due volte”.

Di qui l’idea di utilizzare i beni confiscati per rispondere ad uno dei problemi più pressanti delle città italiane: il disagio abitativo. Per il prefetto è tempo di avviare una “riflessione su una legge che serva a risolvere i problemi di abitazione per le fasce più povere”. Una proposta che potrebbe rivoluzionare anche un sistema che negli anni ha prodotto anche situazioni di disagio. “I piani regolatori che comprendono delle zone dette Peep, piano di edilizia economica e popolare, sono sempre zone di periferia – spiega Postiglione -. Dai tempi della via Gluk in poi abbiamo fatto le “vele” a Secondigliano, lo Zen a Palermo. Abbiamo messo insieme un 95 per cento di poveri e con persone che non hanno un reddito ufficiale, spesso delinquenti, creando un bacino di difficoltà proprio a causa di quel fermento negativo, che è la presenza dei delinquenti. Quel risparmio fatto con le leggi sull’edilizia popolare li abbiamo ripagati almeno qualche milione di volte come costi sociali”.

La proposta non riguarda qualsiasi tipologia di bene, spiega il prefetto. “Per gli alloggi migliori, quelli che non hanno caratteristiche di edilizia economica e popolare, si può pensare ad una legge per venderli o convertirli in fitti che poi possano sostenere le attività di messa a norma delle altre strutture abitative che potranno essere assegnate con le graduatorie dell’edilizia economica e popolare. In questo modo non si crea nessun ghetto – precisa Postiglione -. Queste persone vengono sparse sul territorio, migliorando l’integrazione proprio perché in questo modo vengono a mancare gli stimoli negativi di cui parlavo”. La proposta di utilizzare i beni confiscati come alloggi popolari, il prefetto l’ha già suggerita in Commissione antimafia. “La cosa non è stata commentata – aggiunge Postiglione -. Ma nessuno mi ha detto che non si può fare”.

Torna a riaprirsi, quindi, il dibattito sulla vendita dei beni confiscati. Ma anche su questo tema, per il prefetto, occorre superare i facili allarmismi. “La storia della vendita diventa sempre il motivo per riproporre il classico ‘poi se lo ricompra il mafioso’ – racconta Postiglione -. Oggi noi li conosciamo, sappiamo chi sono e se dovesse capitare gliel’andiamo a togliere un’altra volta”.  Ma anche se non dovesse essere presa in considerazione l’ipotesi della vendita, per il direttore dell’Agenzia, è necessario che questi beni diventino il segno tangibile della vittoria dello Stato sulle mafie, con delle proposte concrete. “Non si possono dare alla Cassa depositi e prestiti con il vincolo di non venderli nei prossimi 30 anni e tenerli fittati? Non sarebbe bello fare le fognature a Palma di Montechiaro, paese infestato dalla mafia in provincia di Agrigento, che ha ancora un quartiere con case senza intonaco e strade senza fognature? Non sarebbe bello vendere qualcosa e fare le fognature? Bisogna dare dei segnali concreti. Facciamo le fognature e costruiamo un monumento inattaccabile, di acciaio, con sopra scritto che lo Stato ha realizzato le fognature per i cittadini onesti di Palma di Montechiaro con i soldi tolti alle cosche mafiose. Sarebbe un segnale di legalità percepibile da tutti”. (ga)

Leggi l’intervista completa a Umberto Postiglione su RS, l’Agenzia di Redattore sociale:
Agenzia beni confiscati, Postiglione: "Lavoriamo con personale ridotto quasi a zero"
Aziende confiscate, Postiglione: "Basta allarmismi, facciamo il possibile per recuperare lavoro"



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Tag: Agenzia beni confiscati, Case popolari, Mafie

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