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31/05/2016

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Islam, il mercato "halal" è un'opportunità economica. Ma l'Italia è assente

A Torino una due giorni di incontri sul tema. Nel solo settore alimentare la domanda di prodotti "halal" equivale al 16% dei consumi globali. E le multinazionali lo hanno capito. Tranne l'Italia, dove la maggior parte dei mussulmani vorrebbe investire

17 novembre 2014

TORINO - Halal. Un termine arabo che in italiano si traduce letteralmente in “lecito”. I pochi italiani che lo conoscono sono abituati ad associarlo alla carne macellata dai mussulmani secondo uno specifico procedimento. Ma, in realtà, “halal” indica tutto ciò che è permesso dalle prescrizioni coraniche; e in termini economici si traduce in una delle più grandi opportunità che l’Italia si sta lasciando sfuggire. È soprattutto per questo che proprio il belpaese è stato scelto per ospitare l’edizione 2014 del Forum sulla finanza islamica: una due giorni di conferenze, incontri e convegni che andrà avanti fino a domani nel centro congressi “Incontra” di Torino, ospitando rappresentanti di rilievo della finanza e dell’impresa internazionale.

“Nel solo settore alimentare - spiega Rafi-Uddin Shikoh, consigliere delegato della Dinar Standard di New York, - la domanda di prodotti halal equivale al 16 per cento dei consumi globali. Parliamo di un mercato che interessa un miliardo e mezzo di persone distribuite in tutto il mondo, che condividono gli stessi precetti e le stesse necessità. E che sono interessate da una crescita demografica che oggi viaggia a una velocità di due volte superiore rispetto al resto della popolazione mondiale”. Lo sanno bene grandi multinazionali come la Colgate o la Nestlé, che per prime hanno fiutato l’opportunità: la prima divisione halal della Nestlé, ad esempio, è stata aperta nel 1994, in Malesia, e oggi funziona come un vero e proprio centro d’eccellenza che coordina e offre consulenze alle filiali di paesi come Francia, Germania o Stati Uniti. Ed è interessante notare, a tal proposito, come il 91 per cento delle importazioni di prodotti Halal arrivino da paesi non mussulmani: “Ai primi posti, attualmente - continua Shikkoh - ci sono il Brasile e l’Australia,  seguiti da Francia, Germania e Stati Uniti”. 

L’italia, per il momento, resta il grande assente. “Eppure - precisa Sayd Farook, direttore generale Thomson Reuters a Dubai - il vostro è esattamente il paese dove la maggior parte di noi vorrebbe essere”.
“Di fatto, - continua - eccellete nei settori più floridi del mercato halal: il cibo, la moda e il turismo. Quest’ultimo, da solo è in grado di generare un giro d’affari da 137 miliardi di dollari l’anno, pari al 12 per cento della spesa globale. I turisti musulmani hanno esigenze specifiche, ma non così difficili da soddisfare: durante il mese del ramadan, ad esempio, vorranno poter fare colazione prima dell’alba. Ovviamente dovrebbero poter mangiare cibo certificato halal, mentre le donne vorranno avere degli spazi per rilassarsi o andare in piscina lontano dagli sguardi degli uomini. Ma soprattutto, tutti loro apprezzeranno la possibilità di poter acquistare dei pacchetti su misura. Molte catene di alberghi, come la Marriott, o paesi come il Giappone, l’Australia e la Turchia offrono già delle ottime possibilità in questo senso”.

Per quanto riguarda la moda, a Dubai è attivo l’Islamic fashion design council, un gruppo che riunisce i maggiori rappresentati del settore assieme a personalità della cultura e della finanza internazionale, come Sean Stone (imprenditore, figlio del regista Oliver) e Peter Sanders (fotografo di Beatles e Rolling Stones). “Nei paesi islamici - spiega la direttrice Alia Khan - oggi si assiste alla nascita di target di consumatori completamente inediti. È ad esempio il caso dei mipsters, l’equivalente mussulmano degli hipsters occidentali: giovani nel pieno degli studi o della carriera, che seguono i codici e le tendenze culturali del momento, inquadrandole secondo i precetti della loro religione e della loro cultura. Molti brand internazionali oggi stanno prestando attenzione a questo mercato: è il caso, ad esempio, di Valentino, un’azienda nata proprio in Italia”.

“In Italia - spiega Gianmarco Montanari, city manager del Comune di Torino - a fronte di una popolazione di 55 milioni di persone, vivono attualmente cira un milione e ottocentomila mussulmani. Le nostre imprese non offrono praticamente nulla che sia specificamente rivolto a loro; per non parlare poi del turismo e della domanda estera”. (ams)

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Tag: Halal, Economia, islam

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